Lo conoscono come lo “Schindler di Buenos Aires”, ma la modestia con cui Enrico Calamai parla di sé stesso e delle sue azioni lascia disarmati e ammirati. A 81 anni appena compiuti potrebbe permettersi il lusso dell’autocompiacimento, e invece descrive le sue azioni più coraggiose come “ciò che era mio compito fare”. Il diplomatico italiano che salvò la vita a centinaia di connazionali e di oppositori politici, prima sotto il golpe cileno e poi sotto quello argentino, è protagonista del documentario per la regia di Enrico Blatti, Enrico Calamai. Una vita per i diritti umani. Il film è disponibile sulla piattaforma OpenDDB. 

Che cosa ha pensato quando Enrico Blatti le ha proposto di dedicarle un documentario?

Mi è sembrata una cosa molto bella, sia sul piano personale, perché mi riportava a eventi accaduti ormai quasi cinquant'anni fa, sia perché offriva l'occasione di mettere in luce la verità sul comportamento del governo italiano nei confronti dei propri connazionali durante l'ultima dittatura argentina. Un comportamento che, a mio avviso, privilegiò gli interessi economici rispetto alla tutela dei diritti umani, gravemente minacciati dal regime militare.

La sua è la storia di un uomo che, lasciato solo dalle istituzioni, rischiò la propria vita per salvare centinaia di connazionali, prima in Cile e poi in Argentina.

Credo di essere stato guidato da un forte senso del dovere come dipendente dello Stato italiano, uno Stato fondato sulla Costituzione, che riconosce e tutela i diritti umani. Per me era naturale fare tutto il possibile per proteggerli e per salvare i miei connazionali, soprattutto perché il ruolo che ricoprivo mi forniva gli strumenti per intervenire. Non ho mai considerato ciò che facevo qualcosa di straordinario: era semplicemente “il mio compito”. Il consolato ha tra le sue funzioni principali la tutela dei connazionali all'estero, e io cercavo di svolgere al meglio quel dovere.

Nel 1972 viene inviato a Buenos Aires come giovane diplomatico. Un anno dopo, il golpe militare in Cile la porta a Santiago. Quando ha capito che avrebbe avuto un ruolo decisivo nell'aiutare centinaia di persone?

Non ho mai pensato che la storia mi avesse assegnato un ruolo particolare. Ero un funzionario dello Stato con delle responsabilità precise. Mi mandarono a Santiago del Cile un anno dopo il golpe perché nell'ambasciata italiana c'erano circa 450 rifugiati. Cercavo semplicemente di rendermi utile. Successivamente tornai a Buenos Aires e, quando ci fu il colpo di Stato in Argentina, l'esperienza cilena mi aveva già insegnato che un golpe comporta inevitabilmente una repressione violenta. Sapevo che molte vite sarebbero state in pericolo e che la mia posizione al consolato poteva consentirmi di aiutare qualcuno. Per questo, quando qualcuno si rivolgeva a me, cercavo di fare tutto il possibile per assisterlo.

Lei ha spesso raccontato di essersi scontrato con le posizioni del governo italiano e con le logiche burocratiche. Quanto le è costato, sul piano personale, fare le scelte che ha fatto?

Sul momento mi è costato moltissimo. Sapevo che ogni errore avrebbe potuto avere conseguenze tragiche per qualcuno. Inoltre ero consapevole che un mio passo falso avrebbe potuto comportare il mio richiamo a Roma e la chiusura di quella che rappresentava, per molti perseguitati, l'ultima porta aperta. Questo significava vivere in una condizione di enorme tensione, mantenere lucidità mentre si accumulavano problemi, emergenze e persone in pericolo. Quando poi fui costretto a rientrare in Italia, attraversai un periodo molto difficile, anche dal punto di vista psicologico. Ebbi una sorta di crollo. Con il tempo si riesce a ritrovare un equilibrio, ma le ferite restano.

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Alcune delle persone che lei ha aiutato raccontano nel documentario che ha salvato loro la vita. Ha mantenuto rapporti con loro negli anni?

Certamente. Molti sono tornati in Argentina dopo la fine della dittatura, altri sono rimasti in Italia. Con diversi di loro siamo rimasti in contatto: ci vediamo ogni tanto e c'è sempre un forte legame di amicizia, nato da un'esperienza vissuta insieme. Sono incontri che mi fanno molto piacere.

Accanto a lei, ebbero un ruolo importante il giornalista Giangiacomo Foà e il sindacalista della Cgil Filippo Di Benedetto, una figura troppo poco conosciuta. Che ricordo ha di lui?

Era una persona di grandissimo spessore umano, intelligente e generosa. Da giovane aveva conosciuto il fascismo sulla propria pelle: era stato arrestato, torturato e poi emigrato in Argentina negli anni Cinquanta. Quando avvenne il golpe argentino, mi disse subito di essere disponibile ad aiutare chiunque fosse in pericolo, proprio perché sapeva cosa significavano la persecuzione e la tortura. Era un uomo profondamente impegnato, progressista, animato da un forte senso di solidarietà. Il suo contributo fu preziosissimo.

La vostra collaborazione dimostra come uomini delle istituzioni e uomini del sindacato abbiano lavorato insieme per un obiettivo comune: salvare vite umane e difendere i diritti fondamentali. 

Esattamente. Questa era la priorità assoluta. Lui ne era convinto quanto me. Quando c'era bisogno ci sentivamo, ci incontravamo e decidevamo insieme come intervenire. Non si è mai tirato indietro e ha sempre fatto tutto ciò che era nelle sue possibilità.

Guardando al presente caratterizzato da guerre, migrazioni e crisi umanitarie, vede delle analogie con quanto accadde allora?

Credo che esista una profonda continuità. I migranti di oggi rappresentano, in un certo senso, i nuovi desaparecidos. Viviamo in un sistema europeo che considera le migrazioni soprattutto come un costo. Eppure molte di queste persone fuggono da guerre, dittature, crisi climatiche e situazioni di sfruttamento che derivano anche dagli squilibri prodotti dalla globalizzazione. Quando cercano di costruirsi una vita dignitosa in Europa, vengono spesso respinte o lasciate in condizioni che possono condurle alla morte. Penso che esista una logica di fondo simile a quella che osservai allora: una logica di realpolitik nella quale la vita umana rischia di diventare secondaria rispetto ad altri interessi.

Il documentario è disponibile sulla piattaforma OpenDDB dal 24 giugno, la data del suo ottantunesimo compleanno. C'è un'immagine o un ricordo che più di ogni altro si è portato dentro in tutti questi anni?

Ricordo una notte, subito dopo il golpe cileno. Mi chiamarono dal consolato perché un gruppo di cinque cileni chiedeva di essere ricevuto. Restammo insieme a lungo a parlare, ma loro non potevano rimanere all'interno dell'edificio. A un certo punto aprii la tenda della finestra e guardai fuori. Sotto il consolato vidi un gruppo di poliziotti che aspettava. È un'immagine che sintetizza bene quel periodo: teoricamente quelle persone erano lì per proteggerci, ma in realtà ci controllavano e rappresentavano un pericolo.

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