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Dopo La prima volta di Italo Orlando (2018) e Terrapiena (2020), Carola Susani torna al suo enigmatico personaggio con “Il dio delle genti”, anche questo pubblicato per minimum fax (pp.223, euro 17), romanzo certamente doloroso ma allo stesso tempo pieno di esistenze che si attrezzano alla vita, dovendo fare i conti con la morte.
Da dove arriva Italo Orlando, con la sua carnagione giallastra, le sue apparizioni e le sue scomparse, i suoi gesti e i suoi silenzi? Potrebbe essere “un albanese smemorato, fra i tanti che attraversavano con enfasi la pozza adriatica cercando il futuro”. Sorta di extraterrestre che si mescola a noi (“a me sembra tipo David Bowie, l’uomo caduto sulla terra”), attorno a questa figura la storia intreccia le vicende che la compongono a partire da Piera, la voce che ci conduce nella narrazione segnando passaggi che balzano dalla prima adolescenza all’essere donna accanto all’ormai vecchia madre. E ritorno.
La drammatica morte di alcuni bambini per il crollo di una palestra in seguito a un terremoto coinvolge direttamente la famiglia di Piera, perché tra le vittime c’è anche suo fratello Eugenio; e per i suoi genitori, Giuliano e Gina, oltre che per lei, inevitabilmente il mondo assume altri contorni, come diversi saranno i rapporti tra chi deve sopravvivere alla tragedia, con le amicizie di sempre, che per Piera si sovrappongono tra un’adolescenza che incombe come i sogni, a occhi chiusi e aperti, dove i bambini morti ora abitano, bagliori di una luce che inganna.
Ma attorno alla famiglia di Piera ruota anche un’altra realtà, quella della fabbrica, in un Sud dissolto in un immaginario ideale, dove la fabbrica stessa diviene luogo di incontro, di incontri, dismessa e rimessa, e in cui Italo Orlando trova spesso modo di nascondersi dopo aver costruito qui i primi segmenti del proprio rapporto con Giuliano, tra fornace e laterizi.
Nel pieno della sua attività, la fabbrica Sileno riforniva di mattonelle e tegole tutta la regione, e forse per questo non rimane estranea al crollo della palestra. Ma è stata un vanto e un impegno che si trasmette di padre in figlio, come lo stesso Giuliano testimonia quando, terminati gli studi da geometra, chiede al padre non una macchina da guidare ma la fabbrica da gestire. Così, quando lo stesso Giuliano proporrà il passaggio di consegne a Piera, il cerchio sembra chiudersi ma non si chiude.
Eppure l’immagine della fabbrica ritorna, sembra rincorrersi tra le pagine anch’essa quale presenza costante in un tempo sospeso tra secolo passato e presente (“Uscendo dalla fabbrica mi accorsi che il fiume era vicino, più vicino di com’era alla vecchia fabbrica”), dove tutto è cambiato troppo rapidamente, compresi i luoghi di lavoro, e i lavoratori stessi. Piera racconta così una storia individuale e collettiva, che nel corso delle pagine tenta di elaborare il proprio lutto in una narrazione che scava, discreta ma implacabile, dentro l’anima dei protagonisti.
In un pulsante incedere per asindeto, con una scrittura divenuta nel tempo unica e riconoscibile pur attraversando diversi generi, dal racconto alla poesia sino ai libri per ragazzi, ancora una volta la penna di Carola Susani ci accompagna in un mondo che ci appartiene ma ci sfugge, come fuggevole è il suo Italo Orlando, nome e cognome volutamente evocativi di un viaggio letterario ben presente all’autrice.























