PHOTO
A che punto è la situazione in Medio Oriente, nello specifico tra Israele e Palestina? La dichiarata fine del conflitto non ha affatto concluso una questione che sembra non potersi risolvere, al netto delle prevaricazioni e della morte che ancora incombe in quei territori, non soltanto sulla Striscia di Gaza. E ora che i riflettori mediatici sono stati quasi del tutto spenti, il rischio è l’incancrenirsi di un potere del più forte senza troppi proclami, senza l’effettiva volontà di trovare una soluzione concreta per entrambi i popoli. Nel tentativo di mantenere una fioca luce ancora accesa, di questo e altro abbiamo parlato con Bruno Montesano, ricercatore in filosofia politica, e curatore di Israele-Palestina. Oltre i nazionalismi (pp. 128, euro 10), che raccoglie gli interventi di vari studiosi palestinesi, ebrei, israeliani e italiani, in un volume pubblicato dall’editore E/O nella “Collana di pensiero radicale” creata e diretta sino allo scorso anno da Goffredo Fofi.
In che modo è stato costruito questo libro?
La proposta mi è arrivata da Goffredo Fofi due mesi dopo il 7 ottobre e così, a partire dai limiti riscontrati nel dibattito italiano su questi temi, ho pensato di tradurre alcuni interventi in inglese (Bayat, Angel, Alyan), raccogliere quelli a mio giudizio più validi già pubblicati in Italia (Momigliano e Manconi) e chiederne altri ancora (Meriggi, Ricciardi, Tamimi). Infine, ho inserito due comunicati del Laboratorio ebraico antirazzista – gruppo di ebrei italiani contro l’apartheid israeliano e contro l’antisemitismo a sinistra -, di cui facevo parte: uno su 7 ottobre e genocidio (un crimine di guerra non ne cancella un altro, il che mi sembra ancora una ottima base di partenza) e un altro sul rapporto tra Shoah e Gaza, contro l’uso proprietario della memoria per cui solo gli ebrei possono parlare di genocidio, e magari relativizzare quello fatto da Israele. Ma c’è dell’altro.
Cosa?
Allo stesso tempo si vuole contrastare l’idea di svalorizzare la Shoah o banalizzarla per fini politici, permettendo così agli europei di smettere di fare i conti con il razzismo che continua a infestare il nostro continente. In particolare oggi, con l’estrema destra al potere, che finge di essere amica degli ebrei per poter reprimere il dissenso e colpire le altre minoranze, migranti e musulmani in primis. L’antisemitismo è stato strumentalizzato contro la solidarietà verso i palestinesi; ma ciò non vuol dire che non ci siano anche problemi di antisemitismo a sinistra, per quanto marginali. Ad ogni modo, antisemitismo e antisionismo sono due cose distinte, e in questo senso penso che il ddl Delrio si stia rivelando dannoso.
Come vengono sviluppati questi temi nel volume?
Partendo da un’ispirazione antinazionalista: la mia formazione e sensibilità politica ruota attorno a questo. Per me, essere ebreo vuol dire ricordare i miei nonni perseguitati e diventati migranti per ragioni razziali, e quindi guardare al problema della nazione e della sua minoranza permanente. In un mondo di Stati nazione, complice l’ideologia ottocentesca del nazionalismo, anche gli ebrei hanno voluto farsi stato – pur non avendo una terra, da cui la dimensione coloniale –, pensando che solo identificando un potere pubblico e una comunità definita per la sua identità etnico-religiosa fosse possibile sopravvivere. Dopo la Shoah la posizione sionista, fino ad allora minoritaria tra gli ebrei, ha acquisito più consenso. Per garantirsi la propria sopravvivenza hanno però oppresso in modo coloniale i palestinesi fino all’attuale genocidio dopo il massacro del 7 ottobre. Ma anche prima vigeva l’apartheid contro i palestinesi, in forme diverse tra dentro e fuori Israele, ossia in Cisgiordania, a Gaza, e dentro i confini israeliani del 1948.
Il libro è stato pubblicato da oltre un anno (primavera 2024), e molte cose sono cambiate sino a oggi…
Indubbiamente. Quando ho scritto l’introduzione la Corte di giustizia internazionale aveva emesso l’ordine di prendere misure provvisorie per prevenire il rischio di genocidio. Oggi – dopo più di 71.000 morti e 171.000 feriti, con migliaia di persone ancora sotto le macerie da identificare, con la fame usata come strumento di guerra, le città e le infrastrutture civili, ospedali in primis, di Gaza rasi al suolo – il rischio di genocidio prefigurato allora si è trasformato in un genocidio compiuto. Per non parlare della pulizia etnica in Cisgiordania, con raid terroristici dei coloni ebrei appoggiati da esercito e governo.
Quali scenari posso ora ipotizzarsi?
Nonostante le immani difficoltà, credo ancora in un orizzonte bi-nazionale, una convivenza di ebrei e palestinesi sulla stessa terra, superando apartheid e occupazione, nel quadro di una democrazia reale, dove la cittadinanza prescinda dall’identità. Qualunque sia il nome sotto il quale si costruisce questa convivenza –Israele, Palestina, o altro –, non dovrà esserci una preferenza per una parte dei residenti a scapito degli altri. Ebrei e palestinesi sono 7 milioni ciascuno: nessuno deve andarsene, ma la supremazia ebraica deve terminare. Serve un processo di verità e riconciliazione, come accaduto in Sud Africa.
Un quadro non propriamente semplice da realizzare…
Certamente. Ma bisogna cercare di superare la logica del “chi è arrivato prima di chi” e dell’appartenenza identitaria. Tutti devono vivere in uguaglianza, e anche la prospettiva a due Stati – per quanto migliore dello status quo – rimarrebbe incastrata nella logica nazionalista, con relativi problemi di maggioranza demografica, secondo i quali dentro uno stato ebraico gli ebrei vorrebbero essere sempre in numero maggiore, controllando la natalità palestinese. Ma questa è biopolitica. C’è inoltre il problema della continuità territoriale per la Palestina – servirebbe rimpatriare 750.000 ebrei coloni –, cosa auspicabile perfino per molti sionisti di sinistra. Ma è molto difficile: lo slogan “dal fiume al mare” va inteso in termini di uguaglianza tra tutti i residenti, non di supremazia di una popolazione sull’altra.
Come possiamo far sentire la nostra voce?
L’Europa in questi ultimi anni è stata molto debole, nonostante potesse intervenire come forza alternativa a Usa, Cina e Russia. Ma non è stata all’altezza del suo mandato di potenza politica post-nazionale, di pace, di diritto, né dei principi del diritto internazionale, che avrebbe potuto intendere – a differenza degli Usa – in modo non egemonico, ma cosmopolita. Al contrario, Benjamin Netanyahu, nonostante il mandato di cattura della Corte penale internazionale, vola indisturbato sui cieli, accolto benevolmente nelle grandi capitali europee.























