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Nel corso degli ultimi decenni la cinematografia a tematica Lgbtqia+ è passato dall’essere uno spazio marginale e spesso stereotipato a uno dei luoghi più vitali della rappresentazione contemporanea. L'omosessualità non è più inquadrata come tabù sociale, e sempre più spesso i personaggi queer sono presenti all’interno di plot che inscenano storie universali. Il linguaggio audiovisivo ha accompagnato – e talvolta anticipato – le trasformazioni culturali e politiche della società. Ma oggi, mentre la rappresentazione sembra più ampia e complessa che mai, emergono anche nuovi interrogativi.
Sandro Gallittu, responsabile Ufficio nuovi diritti della Cgil, l’espressione “cinematografia queer” indica un vero e proprio genere cinematografico? È giusto che esista una categoria definita così?
Sì, penso sia giusto. Così come è giusto che esista una cinematografia dedicata a tutti quei temi civili che restano ancora irrisolti. Il cinema non è soltanto intrattenimento: è anche impegno civile, come tutta la cultura quando non è cultura di regime. Concentrarsi su temi che sono ancora socialmente “esposti” non dovrebbe essere solo un’opzione, ma quasi un dovere per chi fa cultura, che si tratti di cinema, letteratura o televisione. Per questo credo che abbia assolutamente senso parlare di “cinema queer”.
Pensiamo ai film che diversi decenni fa per primi hanno affrontato questi temi, o a manifestazioni culturali longeve come il Lovers Film Festival. Confrontandoli con il racconto contemporaneo, com’è cambiata la rappresentazione dei diritti Lgbtqia+ e dei personaggi che li incarnano?
Il cinema riflette sempre la realtà e il contesto storico-politico in cui nasce. Quello che è cambiato sul piano cinematografico coincide molto con ciò che è cambiato nel costume e nella politica. Bisogna ricordare che per lungo tempo l’omosessualità — e ancora di più il transgenderismo — nel cinema erano completamente assenti, oppure rappresentati solo in maniera negativa. Negli Stati Uniti, per esempio, esisteva il Codice Hays, un corpus di linee guida morali applicabili ai film che vietava esplicitamente certi argomenti, tra cui proprio l’omosessualità, consentendone al massimo una rappresentazione problematica o deviante. Da allora ad oggi c’è stata una grande presa di coscienza: da una parte il cinema ha rivendicato il diritto e il dovere di affrontare questi temi in modo non esclusivamente drammatico o negativo; dall’altra si sono affermati cineasti e attori apertamente Lgbtqia+, che hanno contribuito in modo decisivo a questa evoluzione. Negli anni Ottanta, per esempio, la cinematografia di questo genere era inevitabilmente legata alla rappresentazione del dramma dell’Aids. Film come Philadelphia hanno raccontato finalmente persone Lgbtqia+ fuori dagli stereotipi, ma dentro un contesto storico tragico. Con il progressivo superamento di quella fase, la rappresentazione si è arricchita di nuove sfaccettature. Penso, per esempio, al cinema europeo e a un regista come Pedro Almodóvar, che ha contribuito enormemente a liberare la rappresentazione della comunità Lgbtqia+ dagli stereotipi, facendone anche uno spazio di felicità, ironia e liberazione collettiva.
Ci sono film che hanno segnato un passaggio fondamentale nella rappresentazione non solo delle persone, ma anche delle lotte per i diritti civili e contro le discriminazioni?
Sì, per me sicuramente due titoli sono imprescindibili. Il primo è Milk, dedicato alla figura di Harvey Milk, primo componente delle istituzioni statunitensi apertamente gay e alla nascita dell’attivismo negli Stati Uniti. Il secondo è Pride, che racconta l’incontro tra il movimento dei minatori inglesi e la comunità Lgbtqia+ durante gli scioperi contro il governo Thatcher. Queste pellicole hanno segnato un salto importante: non si limitano più a rappresentare individui singoli, ma raccontano una causa collettiva, una dimensione politica e sociale della lotta per i diritti.
Oggi registi e autori sembrano esplorare un territorio ancora diverso: i personaggi queer non sono più necessariamente il focus della storia, ma diventano personaggi complessi all’interno di narrazioni più ampie, in cui l’orientamento sessuale e l’identità di genere sono caratteristiche tra le altre possedute.
Assolutamente sì, ed è forse il cambiamento più interessante degli ultimi anni. Oggi diminuiscono le serie o i film interamente centrati sulla “questione Lgbtqia+”, mentre aumentano le opere in cui i personaggi queer fanno semplicemente parte del mondo rappresentato. Non sono definiti esclusivamente dalla loro identità sessuale o di genere. Penso, per esempio, a serie come Skam Italia o Prisma: quei personaggi esistono dentro il racconto come esistono nella realtà.
Pensiamo anche alla serie evento di qualche anno fa Baby Reindeer, in cui il personaggio trans di Teri è esplorato nella sua complessità, oltre a essere forse il più risolto e centrato al livello emotivo.
Esatto. È un po’ quello che è successo anche con la rappresentazione delle persone nere nel cinema: non tutti i film con personaggi neri devono necessariamente parlare di razzismo. A un certo punto quelle persone entrano nel racconto semplicemente perché fanno parte del mondo. Però io vedo anche dei rischi in questa fase storica, e credo sia importante non abbassare la guardia. Il fatto che oggi le serie tv diano molto più spazio al tema dei diritti civili è sicuramente positivo dal punto di vista culturale. Però esiste il rischio che questa evoluzione venga frenata dal nuovo clima politico che si sta diffondendo in diversi paesi. Negli Stati Uniti, per esempio, vediamo una crescente ostilità verso le politiche di diversity e inclusion. Questo potrebbe avere conseguenze anche sull’industria culturale e audiovisiva, che è inevitabilmente sensibile agli equilibri economici e politici. Per questo non dobbiamo mai considerare questi progressi come definitivamente acquisiti.
Un altro aspetto interessante riguarda il racconto dell’adolescenza e dell’educazione sentimentale. Oggi esistono molte opere che lo affrontano attraverso il coming of age.
Sì, ed è un aspetto molto importante. Serie come Sex Education mostrano come il tema dell’identità e dell’orientamento sessuale venga affrontato oggi con molta più naturalezza. Questo ha un enorme valore educativo e culturale, soprattutto per le nuove generazioni, perché contribuisce a rendere più semplice il percorso di accettazione personale e collettiva.
Questo vale anche per l’infanzia. Oggi molti cartoni animati stanno provando a inserire nella trama famiglie arcobaleno, o personaggi non binari.
È un cambiamento molto significativo. Oggi per molti bambini è normale crescere in un mondo dove esistono famiglie diverse, coppie omogenitoriali, identità differenti. Però anche qui bisogna stare attenti. In molti paesi, compresa l’Italia, assistiamo a un attacco sempre più forte contro l’educazione affettiva e sessuale nelle scuole. E parallelamente assistiamo a politiche molto repressive nei confronti dei minori che intraprendono percorsi di affermazione di genere. Quindi sì, tutto quello che abbiamo raccontato è positivo, ma non possiamo ignorare il rischio di un’involuzione culturale e politica. Senza dimenticare l’aspetto economico che citavo prima: il mercato culturale segue sempre il clima politico e sociale. Fino a qualche anno fa parlare di inclusione aveva anche un vantaggio reputazionale; oggi rischia di essere percepito da alcuni come un possibile costo economico o politico. Per questo è fondamentale continuare a difendere questi spazi di rappresentazione e libertà culturale, senza dare nulla per scontato.


























