Giornalista e scrittore, direttore de il Manifesto dal 2003 al 2009, Gabriele Polo per la prima volta decide di confrontarsi con la scrittura del romanzo in questo suo ultimo libro, dal titolo Senza patria (Edizioni Alegre, pp.240, euro 17). Operazione di certo ben riuscita, mescolando il corposo patrimonio del suo racconto giornalistico con una storia che interseca le vicende dei protagonisti partendo dalle terre di Monfalcone, estremo orientale d’Italia segnato nel tempo da numerose vicende politiche e sociali, teatro di guerre e sofferenze, ma anche depositario di una ricchezza culturale e popolare che in molte circostanze è riuscita a scavalcare i suoi mutevoli confini attraverso la vita comune delle persone.

Le pagine di Senza patria raccontano il giovane sogno di un socialismo che abbia la forza di superare ogni nazionalismo, al di là di origini e provenienze, negli anni in cui dalle radici mitteleuropee dell’Impero austro-ungarico, attraversando due guerre mondiali con in mezzo la violenza fascista, si approda a una Repubblica democratica italiana, in quelle terre sentita sempre troppo distante.

Questo libro colpisce per l’intreccio di vite dei personaggi, e per descrivere da dentro vicende storiche note ma poche volte raccontate in questo modo, quasi fossero ancora al margine, senza un’identità riconosciuta.
Sono storie che ho avuto in testa fin da piccolo, che ho sentito raccontare a casa, nelle osterie, in mille posti. Storie che avevo dentro, particolari, locali, e che secondo me hanno un portato ancora interessante, perché affrontano temi tornati attuali, come il rapporto tra nazionalismi e guerre, le liberazioni nazionali, i conflitti sociali e politici.

Da dove arriva, per la prima volta nella tua scrittura, la scelta della forma-romanzo?
Da una forma di scrittura che mi interessa come possibilità di approfondimento del racconto giornalistico, da cui provengo. Ho voluto attribuire a personaggi di fantasia delle storie vere, accadimenti personali compresi. C’è un’ampia letteratura di storici, non solo locali, su queste vicende che riguardano il confine orientale, confini cambiati più volte in pochi anni, determinati da guerre pesanti e non soltanto militari, da liberazioni nazionali, dove si sono incrociati popoli e lingue diverse. Sono vicende raccontate molto nella ricerca storica, che ho cercato di descrivere nei loro luoghi e percorsi, e in quel loro tentativo di liberarsi da tutto questo, soprattutto attraverso le vite di operai che consideravano l’intreccio sociale ed etnico che si formava nei luoghi di lavoro la base per immaginare e costruire un mondo nuovo.

Il protagonista, Francesco, il suo amico sloveno Boris, e poi suo fratello Luigi, seppur in maniera diversa, rappresentano tutto questo.
Sì, e pensano che costruire una nave sia più difficile che costruire il socialismo…

In effetti come sfondo, oltre al primo mezzo secolo di storia del Novecento in quelle terre sofferte, c’è quella della famiglia Cosulich, imprenditori in origine marinai e armatori, che fa e disfa anche la storia della città di Monfalcone…
Monfalcone è un luogo totalmente condizionato da quella fabbrica. Prima era una zona anonima, abbandonata, con la malaria, abitata soltanto da contadini. Con l’arrivo della fabbrica cambia completamente tutto, a partire dal dato demografico, e ancora oggi è la più grande impresa navale d’Italia, caratterizzata da un miscuglio di etnie: ora i lavoratori più numerosi provengono dal Bangladesh, ma ci sono anche croati, sloveni, rumeni, serbi, c’è di tutto. Il paradosso è che mentre allora la multiculturalità, anche per il sindacato e i partiti, rappresentava una ricchezza, oggi è divenuto un problema da affrontare per il fortissimo livello di razzismo raggiunto. Rispetto alle origini oggi la famiglia Cosulich è divisa, e la fabbrica ormai è pubblica: la famiglia non se ne occupa più, molti dei loro discendenti sono impegnati in altri settori, come il cinema.

Le pagine del libro lasciano chiaramente intuire come le storie contenute in Senza patria appartengano ancora a noi, al nostro presente.
Certo, anche perché di qualunque cosa scriva è la realtà dell’oggi a spingermi sempre a scrivere. Resta il tema dei confini, in quella terra cambiati spesso e rapidamente, insieme al tema dei nazionalismi, e delle chiusure nazionalistiche che ci portiamo ancora addosso. C’è poi il confronto con l’Est europeo: la questione slovena, jugoslava, ci interrogano ancora, ogni giorno. Ma i protagonisti del libro, nati da un impero di impronta multiculturale, come era quello di Francesco Giuseppe, pensano un’altra patria, la patria del lavoro, del cantiere, della fabbrica. Una patria internazionalista. E quando vengono cacciati dalla fabbrica, quando dopo il primo conflitto mondiale arriva un’Italia caratterizzata da un nazionalismo a loro sconosciuto, scelgono di migrare altrove.

Da qui i “senza patria”.
Sì. Ma la definizione di “senza patria” non è la denuncia di una mancanza quanto la rivendicazione di un’identità, che va al di là di ogni confine nazionale.