La mostra, in apertura il 13 novembre alla Fabbrica del Vapore di Milano, nasce dalla collaborazione con Sos Mediterranée e l’associazione Zona. Un progetto fotografico e documentario che raccoglie oggetti, testimonianze, ritratti e memorie dei naufragi di Lampedusa e Cutro, per restituire identità alle persone che hanno perso la vita attraversando il Mediterraneo.

Giulia Tornari, curatrice della mostra e presidente di Zona, colpisce immediatamente la scelta di di costruire un “archivio del mare”. Il mare restituisce, nasconde, riporta. Il titolo ha quindi un significato realistico, ma anche metaforico: quali sono le ragioni di questa scelta?
Il nostro desiderio era quello di conservare ed elaborare la memoria dei naufragi avvenuti in questi anni nel Mar Mediterraneo, restituendo le storie delle persone che li hanno vissuti. Il progetto è nato nel 2023, in occasione del decimo anniversario del naufragio di Lampedusa del 3 ottobre 2013, nel quale persero la vita 368 persone. Attraverso un dialogo con il giornalista Rai Valerio Cataldi, che da anni si occupa di migrazione, abbiamo iniziato a interrogarci su come ricordare quella tragedia. Cataldi conservava alcuni oggetti appartenuti ai migranti deceduti nel naufragio, che gli erano stati affidati dalle famiglie proprio per preservarne la memoria e impedire che quanto accaduto venisse dimenticato, nella speranza che non si ripetesse. Siamo partiti da questi oggetti e abbiamo realizzato una serie di fotografie che li riproducevano. La prima esposizione si è svolta al Memoriale della Shoah di Milano, proprio in occasione del decimo anniversario del naufragio. La mostra che presentiamo oggi nasce invece dalla collaborazione con Sos Mediterranée, che, a dieci anni dalla sua fondazione, ha deciso di ampliare la documentazione del nostro archivio includendo anche il naufragio di Cutro.

Il naufragio di Cutro, avvenuto il 26 febbraio 2023, è stato un altro momento drammatico della storia recente del Mediterraneo. Sono state accertate 94 vittime, tra cui 35 minori. Come avete lavorato per documentare questa tragedia e ampliare l'archivio?
Per continuare a preservare la memoria di queste persone abbiamo intrapreso un nuovo percorso insieme al fotografo Karim El Maktafi, alla giornalista Leila Belhadj Mohamed e al videomaker Mattia Mura. In occasione dell'anniversario del 2026 siamo stati a Cutro, dove abbiamo iniziato a intervistare e fotografare i familiari delle vittime del naufragio. Questi materiali sono stati raccolti insieme a quelli realizzati in occasione del naufragio di Lampedusa e costituiscono il nucleo della mostra. Esporremo ritratti di sopravvissuti, ritratti dei familiari delle vittime, vedute del Mediterraneo e fotografie delle tombe presenti nel cimitero di Cutro.

Come è costruita la mostra?
Si configura come una sorta di pièce teatrale. Al centro c'è un video intorno al quale i visitatori possono muoversi e ascoltare le voci dei sopravvissuti e dei familiari delle vittime, che raccontano la propria esperienza, alle prese con un dolore che continua a essere presente. Sono persone che aspettano ancora delle risposte, soprattutto rispetto al destino dei corpi dei loro cari. C'è il problema di restituire un nome ai resti recuperati in mare, che spesso rimangono senza identità. A Cutro, inoltre, ci sono ancora persone disperse.

Nella mostra è molto forte il dialogo tra i ritratti dei sopravvissuti, accompagnati dalle loro voci, e le fototessere ritrovate sui fondali, appartenute a chi non è mai arrivato a destinazione. È un confronto che restituisce il dramma di una speranza spezzata. 
Dal punto di vista dei familiari è difficile comprendere fino in fondo la loro sensibilità e la loro percezione del dolore. Sicuramente c'è una sofferenza enorme legata alla perdita, ma anche all'impossibilità, spesso, di avere un luogo in cui poter piangere i propri cari. Noi non abbiamo vissuto un dolore così grande e possiamo soltanto immaginarlo e provare a raccontarlo. Non siamo in grado di sperimentare le stesse emozioni. Quello che abbiamo cercato di fare, però, è contrastare le narrazioni mediatiche. Il nostro progetto ha due finalità. La prima è contrastare una rappresentazione della migrazione che tende a descriverla esclusivamente come un fenomeno di invasione. Attraverso l'allestimento, le immagini e le voci, vogliamo favorire un processo di empatia, perché credo che abbiamo progressivamente perso la capacità di metterci nei panni degli altri. La seconda finalità riguarda il futuro: mantenere viva la memoria di ciò che è accaduto in questi anni, interrogarsi sulle responsabilità e sulle ragioni che spingono queste persone a lasciare i propri Paesi e a cercare aiuto nei nostri.

A proposito di futuro, avete pensato a quello del progetto?
L'Archivio vuole continuare a crescere, arricchendosi di nuove voci e di nuovi ritrovamenti. La mostra alla Fabbrica del Vapore non rappresenta quindi un punto di arrivo. Speriamo di poterla portare in altre città e di continuare a raccogliere testimonianze. C'è anche una difficoltà concreta: negli ultimi anni, la colpevolizzazione dei migranti da parte dei media e, spesso, di chi governa ha alimentato la paura di raccontarsi. Abbiamo incontrato delle difficoltà nel reperire le testimonianze, perché molte persone hanno timore di condividere la propria storia. Per questo siamo particolarmente grati a chi ha scelto di affidarcela e di raccontarci il proprio percorso.

Quale spiegazione vi siete dati di questa ritrosia?
Credo che la difficoltà nasca anche dalla polarizzazione del dibattito pubblico. Le persone migranti vengono spesso collocate in due categorie opposte: da una parte gli invasori, dall'altra le vittime. In una situazione del genere diventa molto difficile trovare uno spazio per esprimere liberamente il proprio pensiero. Non c'è una reale attenzione ai contenuti e a ciò che queste persone vorrebbero raccontare, ma prevale spesso una strumentalizzazione. 

La presenza di Karim El Maktafi e Leila Belhadj Mohamed, artisti stranieri di seconda generazione, introduce sicuramente uno sguardo particolare: uno sguardo di confine, di cerniera tra due realtà, tra il dentro e il fuori. È una prospettiva che permette di comprendere quella sensazione di appartenere a due mondi e a nessuno. Quanto ha inciso questo elemento nella costruzione del progetto?
Come curatrice sono molto felice di averli coinvolti. Karim ha aggiunto al progetto uno sguardo e una capacità di interpretazione davvero unici. Al di là della qualità fotografica, credo che la sua sensibilità personale nei confronti del tema abbia rappresentato un valore aggiunto fondamentale. È un argomento che sente profondamente e che vive anche attraverso il proprio background. Leila è una giornalista che possiede una particolare sensibilità e un interesse autentico per queste problematiche, che vive da una prospettiva diversa. Credo che il suo contributo abbia arricchito il progetto proprio grazie a questa conoscenza e a questo sguardo.

Soffermiamoci proprio sul tema dello sguardo. Uno degli obiettivi della mostra è creare empatia e costruire una narrazione diversa rispetto a quella frammentaria e spesso stereotipata che viene proposta dai media. Come si combatte la "pornografia del dolore”?
Il nostro lavoro, come Zona, è proprio quello di decostruire gli stereotipi visivi dai quali siamo continuamente circondati. La fotografia ha un potere enorme. Oggi, grazie ai telefonini, tutti siamo in grado di produrre immagini. Il nostro tentativo è quello di utilizzare questo strumento in maniera diversa, portando le persone che visitano le nostre mostre e incontrano i nostri progetti a riflettere su come le immagini possano essere utilizzate per smontare le convinzioni che abbiamo interiorizzato. Pensiamo alla foto di Aylan Kurdi, il bambino siriano di tre anni, divenuto un simbolo della crisi europea dei migranti. Chi lavora con la fotografia sa che, pur essendo uno strumento visivo potentissimo, un'immagine da sola normalmente non cambia le cose. In quel caso, però, la fotografia ebbe una risonanza internazionale e contribuì a sensibilizzare l'opinione pubblica e ad accompagnare la scelta della Germania di accogliere un milione di profughi siriani. È stata un'immagine iconica, una di quelle rare fotografie capaci di incidere profondamente sul dibattito pubblico. Naturalmente la storia continua a evolversi: oggi assistiamo a nuove politiche e a nuovi accordi che riguardano anche il rimpatrio dei profughi siriani accolti in Germania. Questo dimostra quanto siano complessi e mutevoli i processi storici e politici.

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