Tra la fine di ottobre e l'inizio di novembre 2026, una serie di cyberattacchi ha colpito i software di controllo a distanza dei frigoriferi e dei congelatori in vari Paesi europei (tra cui Francia, Svezia, Belgio, Estonia e, in ultimo, Italia), sollevando serie preoccupazioni sulla sicurezza dei dispositivi IoT (Internet of Things) industriali e sulla vulnerabilità della catena di approvvigionamento alimentare.

Modificando a distanza i parametri di funzionamento (come i cicli di sbrinamento), sono state innalzate le temperature dei freezer fino a +50°C, determinando il deterioramento di quintali di cibo, irrimediabilmente compromesso e l’interruzione temporanea di diverse attività.
Danni per milioni di euro.

Ma c’è qualcosa di nuovo, in questa vicenda, e consiste nel fatto che, a differenza di quanto accaduto in passato in occasione di altri attacchi informatici, questi milioni non sono stati chiesti come riscatto. La scelta dei cybercriminali è stata infatti quella di provocare un danno fisico, tangibile. Una cosa così emotivamente impattante da far risvegliare tra la popolazione di mezza Europa paure ataviche. Senza contare il fatto che mettere a rischio il cibo rompe quel meccanismo di fiducia nel sistema che conosciamo e in cui siamo nati e cresciuti.

La guerra ibrida

C’è poi stato un altro attacco ibrido, in Francia, quello subito dalle celle frigorifere dell’Istituto del sangue. Lì gli hacker hanno aumentato le temperature in tre celle frigorifere che custodiscono emoderivati vitali a una temperatura di -30 gradi, facendola salire fino a 110 gradi. Sangue e cibo. Due elementi vitali.

Eccola, dunque, la cosiddetta guerra ibrida, in quella che forse può essere considerata la sua forma peggiore. Quella che ti tocca (potenzialmente) da vicino. Un insieme di azioni che ti destabilizzano, che ti fanno dubitare di ciò di cui fino a ieri eri certo. Una nuova realtà, a tratti distopica, in cui tutto appare confuso e pericolosamente instabile.

Le porte d’accesso del cybercrimine

A fare da cornice, un numero crescente di allarmi bomba legati alle scuole e, in ultimo, agli aerei. L'Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale (ACN) in Italia, le autorità europee e i governi stanno diramando vademecum e allerte, mentre si indagano le possibili matrici degli attacchi. Nel frattempo, l’unica certezza riguardo alla modalità con cui queste azioni si rendono tecnicamente possibili sembra essere quella legata alla debolezza o all’obsolescenza di infrastrutture e software.

Impianti tecnologici vecchi o non aggiornati, che rappresentano la porta d’accesso dei criminali informatici. Pensiamo al caso dei frigoriferi: fino a pochi anni fa, gli impianti industriali e di refrigerazione operavano offline o su reti locali isolate. Oggi, per ottimizzare i consumi, monitorare i guasti e ricevere assistenza in modalità remota, questi macchinari sono connessi costantemente a Internet. Ed è proprio questo elemento che rende possibile l'attacco: un frigorifero non è più solo un elettrodomestico, ma un vero e proprio computer esposto sulla rete globale.

Ed è così che quanto accaduto evidenzia plasticamente proprio i rischi legati alla connettività diffusa, quando questa non è accompagnata da un’adeguata cultura della sicurezza informatica: nonostante la cognizione del rischio (oggi sempre maggiore per la velocità con cui l’IA può essere criminosamente utilizzata per trovare vulnerabilità e scardinare sistemi di accesso), si scontano ancora gravi ritardi persino nella manutenzione ordinaria e nell’aggiornamento dei sistemi di sicurezza. Un po' a tutti i livelli.

Le leggerezze che costano care

Una leggerezza che, come dimostrato, rischiamo di pagare a caro prezzo. Tutti. Ecco perché in un mondo ormai totalmente digitalizzato, in cui ogni strumento funziona grazie a dispositivi connessi, un attacco informatico è in grado di generare anche veri e propri danni fisici, oltre ai ben noti furti di dati. Ma c’è dell’altro, perché per quanto questi ultimi eventi sembrino toccarci da vicino, esiste una dimensione ancora più intima che è messa a rischio, di cui troppo spesso sottovalutiamo gli impatti.
Sì, perché la sicurezza informatica riguarda la nostra vita di tutti i giorni, riguarda le nostre case, ormai piene di strumenti connessi alla rete.

E dentro casa?

E se i sempre più numerosi cyberattacchi sono in grado di “bucare” sistemi e infrastrutture complesse, non è difficile immaginare quanto fragili ed esposti siano i nostri dispositivi domestici.

Nel caso specifico dei frigoriferi alimentari, le indagini in corso sembrerebbero accreditare l’ipotesi secondo la quale gli hacker non hanno utilizzato malware sofisticati, limitandosi a sfruttare le falle presenti nei software di controllo industriali che risultavano privi di adeguate barriere di sicurezza.

Proprio le caratteristiche “elementari” di questi attacchi devono accendere i riflettori anche sulle nostre “Smart Home”. Un esempio? È sempre più diffusa l’abitudine di comprare telecamere da installare a casa per proteggerci dai ladri e avere un controllo costante sugli spazi che consideriamo più importanti. Ma ciò che spesso dimentichiamo è che questi dispositivi, se configurati in maniera non ottimale (modificando innanzitutto le loro impostazioni “di fabbrica”), possono diventare facilmente accessibili ai criminali informatici.

E attenzione, perché per rappresentare un rischio non è nemmeno necessario l’accesso alle immagini: diversi ricercatori hanno infatti dimostrato che è sufficiente analizzare semplicemente da remoto il traffico dati di una telecamera per capire se siamo o meno in casa. Un’informazione oltremodo preziosa se messa a disposizione di eventuali ladri, che potrebbero così scegliere quando colpire le nostre abitazioni.

74 mila telecamere a disposizione dei criminali

E questa è una prima dimensione fisica della possibile minaccia. Vi è poi quello che potrebbe accadere se i malintenzionati riuscissero ad avere accesso alle immagini, cosa non così difficile: alcuni dati recentemente riportati dal Corriere della Sera parlano di ben 74.000 telecamere liberamente accessibili su Internet in Italia. E sempre in Italia, nel 2025, è stato scoperto un sito che vendeva filmati provenienti da oltre 2.000 telecamere compromesse. Video intimi ripresi dalle videocamere domestiche che sono stati rubati e diffusi online. E no, non riguardano solo personaggi famosi.

Comne difendersi

Bastano infatti configurazioni errate e password deboli per trasformare quelli che sulla carta sono strumenti di difesa in potenziali rischi per la propria privacy e sicurezza. E allora, se siamo tra coloro che hanno acquistato o pensano di acquistare questi dispositivi, vediamo come proteggerci da questi rischi:

1. Verifichiamo, prima dell’acquisto, che il produttore garantisca aggiornamenti di sicurezza delle telecamere e teniamole sempre aggiornate. Esattamente come facciamo con i nostri smartphone (perché lo facciamo! Vero?)

2. Impostiamo una password unica, che non viene utilizzata altrove

3. Attiviamo l’autenticazione a due fattori

4. Disattiviamo l’accesso remoto quando non occorre

5. Evitiamo di installare telecamere negli ambienti più intimi come le camere da letto.

L’obiettivo è quello di proteggere la nostra casa e la nostra privacy, dobbiamo dunque adottare tutti gli accorgimenti necessari per evitare che questo strumento possa trasformarsi nel mezzo attraverso cui qualcuno può spiarci. Perché possiamo difenderci, senza rinunciare ai servizi digitali, ma per farlo dobbiamo adottare strategie quotidiane di “igiene cibernetica” basata su abitudini pratiche e immediate.

Infine, valutiamo se sia davvero necessario connettere alla rete ogni singolo strumento domestico. Perché pur senza arrivare alle situazioni più estreme sopra citate, rimane il fatto che in ogni circostanza, per funzionare, questi strumenti agiscono comunque sui nostri dati e sulla nostra profilazione. Almeno su questo, sulla nostra identità, possiamo e dobbiamo provare a mantenere il controllo.

Barbara Apuzzo, responsabile Politiche e sistemi integrati di telecomunicazioni Cgil nazionale