La Rivista Politiche Sociali della Cgil, nel primo anniversario della scomparsa, dedica una monografia al pensiero e al sapere di Gianni Sgritta. La ragione è semplice e contemporaneamente “rivoluzionaria”: Sgritta, a detta dei curatori del volume Ugo Ascoli e Fiorenza Deriu, è stato uno dei “pochi scienziati che hanno cercato di indagare in profondità sulle principali caratteristiche assunte nel nostro Paese dalle diseguaglianze sociali”.

 

Le diseguaglianze, nell’attività scientifica del docente dell’Università La Sapienza di Roma, non solo come oggetto di studio, ma anche come sostanza del proprio impegno civile. Perché questo è il punto. Sgritta – forte del suo sapere statistico, demografico e sociologico – non si “limitava” a osservare il fenomeno e a individuarne le cause, che pure è necessario. Il suo impegno, accademico e civile, era volto a individuare le strategie, le “ricette”, per la riduzione dei divari: tra occupati e non occupati, tra adulti e giovani, tra donne e uomini, tra regioni del Centro Nord e quelle del Sud.

Il numero di Rps da poco pubblicato e per la sua straordinarietà, non solo accademica ma anche sociale e politica, disponibile gratuitamente qui, si concentra su tre questioni centrali nella riflessione di Sgritta che si crucciava per il “senso di giustizia sociale mancata, colpevolmente mancata”: la povertà, le generazioni, il welfare.

La povertà

Quasi 6 milioni di poveri assoluti, questo è l’ultimo dato certificato dall’Istat. Tra il 2005 e il 2021 raddoppia il numero delle famiglie in povertà, così come – soprattutto a causa della pandemia – si approfondisce il divario tra Nord e Sud, tra giovani e anziani, tra nativi e migranti. Il Covid ha colpito specialmente le donne e i giovani. “In più di un’occasione Gianni Sgritta si è interrogato – scrivono i curatori - su come definire queste condizioni di svantaggio, giungendo a concludere che di fatto la povertà fosse una realtà complessa, sdrucciolevole, inafferrabile, incomprensibile, instabile, priva di punti fissi; una realtà dove le biografie e le soggettività contano spesso più delle circostanze oggettive e delle chances di vita, i capitali sociali e le relazioni più dei beni materiali”. Due sono i saggi del protagonista del volume ripubblicati in questa sezione, introdotti da una riflessione di Enrica Morlicchio dal titolo: “La povertà secondo Sgritta: un aspetto del modello di sviluppo economico e sociale”.

Le generazioni

Tra le emergenze di questi anni primi anni Venti del 2000, nel mondo e in Italia, è deflagrata quella della condizione nel presente e in prospettiva, delle nuove generazioni. Non isolate ma in relazione con quelle degli anziani e delle anziane. Giovanni Sgritta già negli anni novanta del secolo scorso dedicò una rilevante parte della propria attività di ricerca al rapporto tra le generazioni, denunciando l’avvicinarsi di una crisi demografica che inevitabilmente si sarebbe scaricata – come di fatto è stato – sulle spalle dei millennials. Anziani sempre più anziani, ragazzi e ragazze che da un lato conoscono la precarietà quasi come unico orizzonte non solo lavorativo ma di vita, dall’altro un sistema previdenziale divenuto insostenibile per il ridursi dei lavoratori attivi e l’aumento di quelli in quiescenza con la prospettiva, per i giovani, nel mutato regime pensionistico e nella permanenza discontinua nel mercato del lavoro, di pensioni povere. Nel volume, di “Disuguaglianze e discontinuità tra le generazioni” scrive Alessandro Cavalli ed è poi possibile rileggere sue saggi di Sgritta scritti in collaborazione con Michele Raitano e Ugo Ascoli.

Il welfare

“Investire sulla sanità pubblica e sull’istruzione, a partire dai servizi per l’infanzia fino all’università, rappresentano una scelta ineludibile per ridurre le diseguaglianze sociali”. È questa l’affermazione centrale di Ascoli e Deriu nell’introduzione al volume. In Italia il welfare sconta una riduzione di risorse e perimetro constante negli ultimi trent’anni. Sebbene il Pnrr stanzi risorse per la sanità - soprattutto quella di territorio - e per l’istruzione, se a quegli stanziamenti non seguirà un “cambio di passo” gli obiettivi di medio lungo periodo non si riusciranno a ottenere, a cominciare da quello di rendere davvero universalistico il nostro servizio sanitario nazionale. Così come, se negli anni passati erano stati introdotti strumenti di contrasto alla povertà, dal Rei al Reddito di cittadinanza, il rischio di tornare indietro è assi più che “un rischio”. E se è positiva “l’intenzione di assumere in tutta la sua gravità la complessa fenomenologia della non autosufficienza”, occorre capire con quali risorse e se – anche in questo caso - gli interventi saranno orientati all’universalismo oppure no.

Infine, ci ricordano gli autori, nel disegnare il welfare del futuro “si sono definitivamente imposte problematiche nuove che il welfare dovrà mettere al centro della sua sfera di azione: innanzitutto le questioni ambientali, e allo stesso tempo i processi di digitalizzazione e di riorganizzazione produttiva con alto tasso di innovazione tecnologica”. Ad aprire questo capitolo di Rps il saggio “Sistemi e politiche di welfare tra innovazione e tradizione” di Emmanuele Pavolini, a seguire gli scritti del Nostro. Scritti, mai come ora indispensabili per affrontare oggi “alcuni snodi cruciali per la crescita democratica del Paese”.