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il libro

Giuseppe Tornatore, l'epica dell'immagine nella scrittura

Emiliano Sbaraglia
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Il regista italiano è autore di un libro costruito agli inizi degli anni Novanta, che ripercorre la storia politica nella Sicilia del secondo Novecento, attraverso una serie di testimonianze uniche e ancora preziose

Dell’autore di questo libro dal titolo All’èpica. C’era una volta la politica (Gruppo Albatros, pp. 532, euro 14,90) basta la firma, considerata la notorietà e il meritato successo conseguito in carriera da Giuseppe Tornatore, regista, sceneggiatore e produttore cinematografico, noto anche per il suo impegno civile.

Ed è proprio l’attenzione alla vita sociale a emergere con forza in questo volume, che si propone di ricostruire la storia politica della sua terra, la Sicilia (Tornatore è nato a Bagheria nel 1956), attraverso un’altra storia che nel corso delle pagine scorre parallela, quella del Partito Comunista italiano nell’isola, dando voce a rappresentanti del partito, sindacalisti, intellettuali di varia provenienza culturale. Nell’incipit della sua introduzione, Tornatore confida subito al lettore la genesi di questa scrittura:

I materiali di lavoro dei film non realizzati finivano una volta in un cassetto, in un armadio, oggi in un file nascosto nelle pieghe invisibili di un computer. Ma talvolta diventano un libro. I testi qui pubblicati erano appunto materiali di ricerca per individuare un soggetto cinematografico.

Il periodo è quello immediatamente successivo al crollo del Muro di Berlino, che in Italia determina quella passata alla storia come “svolta della Bolognina”, anni dunque compresi tra il 1990 e il 1993, quando si svolsero nel nostro Paese le prime elezioni senza la presenza del simbolo del Pci. Seguendo per certi versi lo schema già sperimentato, con il risultato che tutti conosciamo, di Nuovo cinema Paradiso, l’idea del regista è di raccogliere la storia e le voci di personalità che prima della fine, cioè prima di quella rottura tra politica e società divenuta negli anni successivi una frattura insanabile, come abbiamo potuto certificare progressivamente sulla nostra pelle, potessero lasciare una testimonianza di quanto la Sicilia sia stata, tra infinite complicazioni, anche il laboratorio di un progetto politico comunista unico nel suo genere, seppur condizionato dall’impronta non soltanto ideologica impressa dalla Grande Madre Russia.

Tra l’intervista di apertura a Francesco Renda (1922-2013), che oltre ad esser stato un importante sindacalista della Cgil ha ricoperto tra gli altri il ruolo di senatore della Repubblica e dirigente del Pci, e l’epilogo affidato alle parole di Emanuele Macaluso (1924-2021), figura emblematica che nel corso della sua lunga militanza ha sempre dedicato la propria attività a un intenso lavoro di connessione tra mondo sindacale e politico, scorrono i nomi e le vicende di uomini e donne che hanno contribuito a costruire la storia di un pezzo di terra che, se Sciascia definiva metafora dell’Italia (in riferimento all’intervista con Marcelle Padovani tradotta in libro nel 1979), in molti ritengono essere invece luogo a sé, che all’Italia ha donato le origini della sua lingua, per poi continuare a navigare nella sua diversità.

Molti uomini e poche donne, per la verità, come inevitabile doveva essere nella Sicilia del secondo Novecento. Tra queste Maria Domina, dall’azione cattolica alla federazione comunista di Termini Imerese, prima di approdare alla Cgil dei tessili e dei pensionati, che ricorda la manifestazione palermitana organizzata il giorno dopo la strage del luglio 1960 a Reggio Emilia; mentre è Lucia Mezzasalma, poetessa prima che dirigente Udi, di partito e sindacale, a ricordare le elezioni del ’48, un anno dopo l’eccidio di Portella della Ginestra:

Le elezioni erano tragedie. In lite continua con i galoppini e con la mafia. Che nel frattempo la mafia cominciava a diventare politica. Prima era rozza, analfabeta, poi cominciava a occuparsi di politica. Alle spalle degli agrari, alle spalle degli altri mafiosi grossi, la mafia diventava già politica. Nelle elezioni del ‘48 io fui rappresentante di lista. Perché, a detta dei compagni, noi problemi economici ‘un nn’avìamu. Picchì ‘u cannìzzu l’avìamu sempre pieno di frumento. E quindi. I compagni più poveri facevano gli scrutatori. Rappresentanti di lista i meno poveri. Ma già a Valledolmo io ero una rivoluzionaria.

Solo alcuni accenni, che lasciano intendere la peculiarità di un materiale prezioso destinato inizialmente a trasformarsi in immagine, ora raccolto in una pubblicazione che merita di essere letta, e custodita con cura.