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L'evento

Due vite, uno Strega

Emiliano Sbaraglia
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Emanuele Trevi vince la 75ma edizione del premio letterario più ambito, con un libro che ancora una volta evidenzia i tratti inconfondibili di uno scrittore unico nel suo stile

Nella consueta cornice del Ninfeo di Villa Giulia a Roma (con meno invitati del solito nel rispetto del regolamento Covid), è l’editore Neri Pozza (la sua prima volta) ad aggiudicarsi l’edizione LXXV del Premio Strega con Due vite, il libro scritto da Emanuele Trevi, che alla fine del conteggio somma 187 voti, rispetto ai 135 di Donatella Di Pierantonio con Borgo Sud (Einaudi), e i 123 di Edith Bruck con Il pane perduto (La Nave di Teseo). A chiudere la cinquina di quest’anno Giulia Caminito con 78 preferenze (L’acqua del lago non è mai dolce, Bompiani) e Andrea Bajani (Il  libro delle case, Feltrinelli, 66 schede).   

Per raccontare l’autore e il suo libro torna alla mente come ormai un decennio fa, nell’edizione del 2012, lo stesso Trevi mancò per soli due voti la vittoria (ottenuta da Alessandro Piperno), con Qualcosa di scritto, resoconto letterario, fantasioso ma non troppo, del rapporto tra Pier Paolo Pasolini e Laura Betti, scavato nel profondo dallo studio di un giovane scrittore assunto agli inizi degli anni Novanta presso gli archivi del Fondo Pasolini. Sullo sfondo, oltre le esperienze maturate dal protagonista, una lettura spiazzante di Petrolio, l’opera incompiuta  e postuma dell’intellettuale friulano. In quel caso Trevi già confermava le sue notevoli capacità di scrittura e analisi letteraria insieme, spaziando con assoluta disinvoltura dai grandi classici agli scrittori contemporanei.

Questo non per dire che ora, con il successo di Due vite, dopo dieci anni ci troviamo di fronte a un risarcimento per certi versi dovuto; ma la composizione di questo ultimo libro, nella sua sostanziale diversità, in qualche modo porta con sé anche l’altro, in un percorso costruito nel tempo.

Anche stavolta ci troviamo infatti di fronte alla descrizione di un rapporto tra uomo e donna, un rapporto in cui “Eros, quell’ozioso infame, non ci mette lo zampino”, sostituito da un’amicizia vera, forte, un’amicizia d’altro secolo, verrebbe da dire. Un’amicizia, va aggiunto, tra due scrittori entrambi molto amici dell’autore, entrambi morti in questo, di secolo, in circostanze diverse, ugualmente tragiche.

Le due vite sono quelle di Rocco Carbone (1962-2008) e Pia Pera (1956-2016), che con Trevi per anni saranno avvolti da un legame stretto e imperfetto, per il semplice motivo che tutti siamo imperfetti. E su questa condizione Trevi riflette e insiste, associandola alle minuzie che determinano i caratteri, e che dunque minuzie non sono.

Ci troviamo così di fronte la figura di Rocco, conosciuto all’università di Roma, inizialmente sedotto dalle intuizioni dell’ancora in voga scienza semiologica, arrivato da quella Calabria di cui, nel bene e nel male, sentirà sempre il peso. Accanto a lui osserviamo quasi con circospezione i contorni di Pia Pera, fascinosa ma non bella, inafferabile per molti, geniale traduttrice dal russo, “giovane donna sfrontata e capricciosa”, come tra le pagine la descrive un altro contemporaneo “stregato”, Edoardo Albinati.

Soltanto alcuni cenni, che aiutano però a capire in che modo Trevi abbia scelto di procedere, attraverso immagini (e una sola, bellissima foto) dettate da ricordi sparsi, affastellati in un ordine solo apparentemente confuso, nel segno permanente di uno stile in grado di trasformare i suoi libri in qualcosa di indefinito, di indefinibile, allo stesso tempo dotandoli di un linguaggio che arriva dritto al punto scegliendo ogni volta la parola giusta, la frase che serve, senza lasciare scampo al superfluo.

La mescolanza di genere, il narratore e il critico letterario, allora si incontrano come in un movimento congiunto, e parlare di Rocco e Pia, delle loro anime, delle loro paure, delle loro passioni, umane e letterarie, diviene anche un viaggio naturale nella storia della letteratura, che insieme ai protagonisti ci consente di incrociare tra gli altri gli sguardi dell’Evgenij Onegin di Alexander Puskin e i Tre racconti di Anton Cechov (entrambi meravigliosamente tradotti da Pia Pera per Marsilio), i grovigli di Gadda e le paranoie di Fitzgerald trasferite in quelle di Jay Gatsby, Cesare Garboli e Joseph Conrad, la Lolita di Nabokov e l’Odissea, soffermandosi su un personaggio minore come Elpenore, morto per caso dopo aver seguito Ulisse ovunque, lezione esemplare del maestro Omero sulla futilità dell'umano, dell’essere umano.

Ecco, tra le cose che si apprezzano maggiormente nel libro c’è la capacità di attraversare questo mondo, l’immenso e intricato mondo della letteratura, con una padronanza e una leggerezza invidiabili, modulando la scrittura tra passato e presente, tra presente e futuro: un futuro che poteva essere ma non sarà, come è stato per Rocco e Pia, i cui libri restituiscono la loro voce, la loro essenza, da L’apparizione (forse il migliore di Rocco Carbone) sino Al giardino ancora non l’ho detto; testimonianza spirituale di Pia Pera, sul ciglio della fine terrena.   .

D’altronde, parole del vincitore, “non è importante creare l’eterno, ma prolungare la memoria”. L’intento è pienamente riuscito.