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il libro

Il ritorno dello Stato

Emiliano Sbaraglia
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Altero Frigerio e Roberta Lisi sono i curatori di “Pubblico è meglio”, raccolta di interviste con personalità che riflettono a più voci sui temi essenziali da affrontare per ricostruire un'altra Italia e una nuova Europa, nell'epoca del Covid

Con Lavorare, è una parola, edito da Donzelli lo scorso anno, Altero Frigerio e Roberta Lisi si sono soffermati su un tema che i rispettivi percorsi professionali hanno particolarmente a cuore: il lavoro. Un mondo che implica una riflessione su altri mondi tra loro connessi: l’economia, la società, l’ambiente. Giunge dunque a proposito questa nuova pubblicazione per lo stesso editore, dal titolo Pubblico è meglio. La via maestra per ricostruire l’Italia (pp. 223, euro 19), che può leggersi anche come un approfondimento di quanto proposto nel volume precedente dai due curatori. E alla continuità dei contenuti si accompagna il valore dell’attualità e della proposta, anzi meglio declinando al plurale, in virtù delle interviste realizzate con personalità di assoluto rilievo riguardo le materie su cui vengono interrogati.

Prima di queste la prefazione di Enrico Giovannini, scritta anticipando di pochi giorni l’incarico di ministro nel nuovo governo, che assume un significato ancor più pregnante anche alla luce della modifica al nome che il titolare ha voluto dare al dicastero, al quale è stata affiancata la dizione di “mobilità sostenibile” a quella di infrastrutture. Un accorgimento per certi versi spiegato in un suo passaggio: “Guardando alle esperienze di altri Paesi, in cui i partiti sono riusciti a convincere l’elettorato e a trasformare le istanze di giustizia economica, ambientale e sociale tipiche della sinistra in pratica politica, tre fattori appaiono molto rilevanti: facce nuove (specialmente donne e giovani), idee e parole nuove (specialmente connesse alla giustizia ambientale e sociale), sintonia con ampie aree della società (spesso rappresentate da organizzazioni di cittadinanza attiva) insoddisfatte dallo status quo e proiettate nel futuro. Ed è qui dove l’Italia appare in grave ritardo”.

Qui pure il cuore del libro, come Frigerio e Lisi ben espongono nel loro intervento introduttivo. In una fase storica che ormai va delineandosi pre e post Covid, “non ci potrà essere un ritorno al prima, anche perché quel prima non andava bene per niente”. E allora come intervenire, come creare e utilizzare risorse, come ricostruire e costruire un’altra Italia? Per rispondere a questioni che coinvolgono tutti noi, gli autori si sono rivolti a Gaetano Azzariti (Costituzione), Paolo Berdini (Urbanistica), Rosy Bindi (Sanità), Massimo Bray (Scuola), Monica Di Sisto (Globalizzazione), Anna Donati (Mobilità), Gianna Fracassi (Lavoro), Maria Cecilia Guerra (Politiche di genere), Matteo Leonardi (Energie), Andrea Roventini (Politica industriale), Alessandro Santoro (Fisco), Salvatore Settis (Cultura), Vincenzo Vita (Telecomunicazioni).

Al di là delle competenze specifiche, nelle parole di ogni interlocutore emerge un minimo comun denominatore, implicito nel titolo del volume: il ruolo (perduto) dello Stato, in particolare negli ultimi tre decenni; e il ruolo (centrale) che lo Stato deve tornare a sostenere, forte anche di una richiesta che torna a essere “popolare”, vivendo tempi difficili e oscuri, in cui il cittadino si sente spaesato, confuso, isolato, in pericolo.

La lunga luna di miele tra capitalismo e libero mercato, nel nome del tutto e subito, soltanto per pochi e a discapito di qualsiasi forma di rispetto delle più elementari regole di convivenza con se stessi e con gli altri, forse non volge al declino ma di certo mostra la corda: “Di fatto - è il commento di Frigerio e Lisi - si sono esauriti tutti i vari cicli che vanno dal neoliberismo alla fase iperliberista, trovandoci oggi nel pieno tardoliberismo”.

E allora ecco che si (ri)comincia a pensare che “pubblico è meglio”, o almeno potrebbe esserlo. Molto dipende anche da noi, oltre le istituzioni, che sono in possesso degli strumenti e degli investimenti in grado di invertire la rotta, a partire dall’utilizzo che verrà fatto del patrimonio messo a disposizione dal Recovery fund. A questo però, ammesso che accada, dovrà accompagnarsi un diverso sentire comune, e dunque di Stato, che torni a considerare il lavoro un diritto da difendere per non essere sfruttati; che tuteli l’ambiente vivendolo come bene irrinunciabile, per sé e le generazioni più prossime; che si impegni quotidianamente nella battaglia individuale e collettiva per l’affermazione di una giustizia sociale, troppe volte e per troppo tempo messa all’angolo, in luogo del profitto più indiscriminato. Le strade da percorrere esistono. Questo libro indica quali.