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Il giornale

Quando gli audaci giravano con l'Unità in tasca

Ilaria Romeo
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Il 2 gennaio 1945 il quotidiano degli operai e dei contadini, l'organo del Partito comunista, esce dalla clandestinità. Fondato da Antonio Gramsci e dato alle stampe per la prima volta nel 1924, in soli due anni aveva subito ben 146 sequestri fino all'interruzione sancita dal regime fascista. Sulle sue pagine ha sempre corso la storia del Novecento tanto da farne un simbolo che oggi manca non solo alla sinistra ma all'informazione italiana

Il 12 febbraio 1924 viene dato alle stampe a Milano, in Via Santa Maria alla Porta nei pressi di Corso Magenta, il primo numero de l’Unità, "quotidiano degli operai e dei contadini" (con la fusione tra comunisti e socialisti terzinternazionalisti a partire dal numero del 12 agosto 1924 il sottotitolo muta in "organo del Partito comunista d’Italia").

Dal 12 febbraio 1924 - primo giorno di pubblicazione - al 31 ottobre 1926 - giorno in cui esce l’ultimo numero legale - l’Unità subisce ben 146 sequestri nazionali (23 nel 1924, 77 nel 1925, 46 nel 1926). Il giornale ha inoltre due periodi di sospensione: dal 13 al 16 gennaio 1925 e dal 10 al 22 novembre dello stesso anno in conseguenza dell’attentato a Mussolini, opera di Tito Zamboni. La vita legale del quotidiano è appesa a un filo e dopo numerosi arresti, sequestri e irruzioni della polizia, nell’autunno 1926 il governo ne sospenderà ufficialmente le pubblicazioni.

Il 27 agosto 1927, dalla francese sede di Rue d’Austerlitz, uscirà il primo numero dell’edizione clandestina. Dal 1934 al 1939 la diffusione subisce una battuta d’arresto e diventa man mano meno intensa, ma con lo scoppio della guerra e la lotta nazifascista, il giornale prende nuova vita. Con l’arrivo degli alleati, dal 6 giugno 1944 riprende a Roma la pubblicazione ufficiale del giornale che uscirà dalla clandestinità, dopo quasi vent’anni, il 2 gennaio 1945.

La redazione s’insedia a via IV Novembre. Nuovo direttore è il partigiano Velio Spano. Dopo la Liberazione, escono nel 1945 l’edizione genovese, quella milanese e quella torinese. Nei primi mesi del 1945 i responsabili dell’edizione di Torino del quotidiano sono Ludovico Geymonat e Amedeo Ugolini; tra i collaboratori del quotidiano ci sono Davide Lajolo, Ada Gobetti, Cesare Pavese, Italo Calvino, Elio Vittorini, Aldo Tortorella, Paolo Spriano, Luigi Cavallo, Augusto Monti, Massimo Mila, Raimondo Luraghi, Massimo Rendina, Raf Vallone, Armando Crispino.

Ne l’Unità, scriveva nel febbraio 2018 Pietro Spataro “corre la storia del Novecento: il fascismo e il nazismo, le violenze e l’Olocausto, la clandestinità, la morte di Gramsci, la Resistenza, l’Italia repubblicana, la Russia sovietica, le battaglie degli anni Sessanta, i grandi balzi in avanti degli anni Settanta, il terrorismo, l’arrivo di Enrico Berlinguer e lo strappo da Mosca, la sua morte a Padova, il crollo del muro di Berlino, lo scioglimento del Pci e la nascita dell’Ulivo e poi quella travagliata del Pd. l’Unità ha attraversato tutte queste fasi, nel bene e nel male. È stato un giornale nazionale, uno strumento di battaglia politica, un binocolo attraverso il quale guardare il mondo, un dizionario dei conflitti sociali, un orgoglioso status symbol. ‘E alcuni audaci in tasca l’Unità, cantava Francesco Guccini in Eskimo per raccontare il coraggio che ci voleva in certi momenti ad andare in giro con quella testata bene in vista nella tasca”.

Una storia gloriosa, quella del giornale, con un finale tragico e un’ultima appendice quasi grottesca.

Al termine di una storia recente a dir poco travagliata, nell’aprile 2018 il tribunale di Roma disponeva la messa all’asta - poi sospesa - della testata. “Chi avrebbe mai immaginato che una testata così bella e importante finisse all’asta?  - scriveva Pietro Spataro - Chi avrebbe mai immaginato che quel nome così forte - l’Unità - che per molti è stata un simbolo di lotta e di riscatto, un nome da esibire in faccia ai prepotenti, da difendere dagli attacchi, da far circolare durante la clandestinità sotto il fascismo o da mostrare durante le manifestazioni facesse questa fine? Eppure è accaduto”.

Così come è accaduto che il 25 maggio 2019 il quotidiano tornasse in edicola per un solo giorno, pubblicando un numero per evitare la decadenza della testata. Ed è accaduto pure a mettere la firma sotto quell’ultimo numero sia stato Maurizio Belpietro, già direttore de Il Giornale, oggi alla guida de La Verità

“La decisione del gruppo Piesse di nominare Maurizio Belpietro direttore de l’Unità  - scriveva in una nota la Federazione nazionale della stampa - sconcerta e preoccupa. Non per ragioni di carattere professionale, ma perché si tratta di una scelta che va contro la storia del quotidiano fondato da Antonio Gramsci. Ogni giornale ha un’identità precisa e definita che non può essere né snaturata né vilipesa. Soprattutto non possono essere offesi i giornalisti, i lettori e la memoria di quanti a l’Unità hanno legato vita e militanza politica, impegno intellettuale e professionale. Maurizio Belpietro, che porta legittimamente avanti la sua visione del mondo e le sue idee, è quanto di più distante possa esserci dalla linea e dalla cultura politica di cui l’Unita è storicamente interprete. La decisione dell’editore è grave e incomprensibile e umilia una redazione che, dopo essersi vista negare diritti, da molti mesi è impegnata in una delicata trattativa per riportare in edicola lo storico quotidiano e salvare i posti di lavoro”.

“Non è un’avvilente vicenda editoriale - tuonava dalla colonne di Strisciarossa Bruno Ugolini -  è un atto di guerra nei confronti della storia, della cultura della sinistra. Questo rappresenta la nomina a direttore de “l’Unità”, quotidiano fondato da Antonio Gramsci, di Maurizio Belpietro. È anche uno sputo in faccia a quanti hanno, in questi complicati anni, mantenuto una qualche fiducia sulla possibilità di mantenere in vita valori, idee, speranze. Non puntando a un immaginifico 'sol dell’avvenire' ma a un mondo di liberi ed eguali, guidato dai  dettami della Costituzione”.

Valori, idee e speranze che continuiamo a coltivare, ma nel percorrere questa strada il senso di appartenenza e la forza che ci davano avere “l’Unità in tasca” ci mancano.