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Buona memoria

«I have a dream»: il suo è ancora il nostro

Martin Luther King a Washington DC
Ilaria Romeo
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L'8 giugno del 1968 veniva arrestato l'assassino di Martin Luther King, simbolo della lotta contro la segregazione razziale. Aveva ucciso l'uomo ma non il suo sogno. Cinquantadue anni dopo, l'omicidio di George Floyd riporterà l'America a riempire il Lincoln Memorial a Washington perché quel sogno finalmente si realizzi davvero.

Vincitore del premio Nobel per la Pace nel 1964, promotore delle battaglie per i diritti civili della popolazione nera degli Stati Uniti e simbolo della lotta contro la segregazione razziale, Martin Luther King viene assassinato nel pieno della sua battaglia il 4 aprile 1968 a Memphis da James Earl Ray, un criminale comune razzista, arrestato l’8 giugno successivo. Come la maggior parte dei grandi eventi e degli omicidi politici del Novecento, il suo assassinio è ancora oggi circondato da misteri e circostanze non chiare che con ogni probabilità rimarranno tali per sempre.

“L’assassinio di Martin Luther King - scriveva l’Unità due giorni dopo - legittima il dubbio che la società americana non abbia più margini democratici per affrontare e risolvere il problema negro. Luther King non era un ribelle. Non predicava la rivolta dei ghetti negri ma la non violenza, non il potere negro ma l’integrazione e i diritti civili. E tuttavia da qualche tempo ogni manifestazione da lui diretta si trasformava contro la sua stessa volontà, in rivolta. Suo malgrado, forse, egli era perciò diventato un simbolo: il simbolo della drammatica difficoltà di uscire pacificamente dalla condizione di negro negli Stati Uniti. L’ultimo episodio della sua vita è rivelatore. A Memphis, il 28 marzo, Luther King aveva capeggiato una pacifica marcia di negri per i diritti civili. La marcia si trasformò in rivolta, contro le disposizioni dei suoi organizzatori. Luther King la deplorò. Ma una settimana dopo è stato barbaramente assassinato. La sua vita, la sua sola presenza di apostolo di un’altra America alla testa di sterminate masse negre era dunque diventata qualcosa che l’America razzista non poteva ormai più tollerare. Adesso si dirà che l’assassino è un pazzo o un fanatico. La verità è che questo pazzo  o questo fanatico ha fatto esattamente quel che una società senza più margini lo ha spinto a fare: eliminare ogni mediazione democratica tra negri e bianchi per affermare la sola legge della violenza. E la violenza verrà. Verrà ancora la barbara violenza dei bianchi alla quale risponderà la terribile ma sacrosanta collera dei negri. L’America razzista avrà così, quel che si è meritato (…) Qualcuno afferma che l’assassinio di Martin Luther King segna l’inizio della estate della paura. Più esattamente noi diremmo che i barbari del nostro tempo vengono chiamati alla resa dei conti. In America prima di tutto, dove il conto da pagare - il conto di cento anni di schiavismo - sarà estremamente elevato. Nel mondo in secondo luogo, in un mondo che comprende, ormai, come il fenomeno nazista si possa riprodurre, sebbene in forme diverse, ogni volta che una grande potenza che nutre al suo interno il cancro del razzismo pretende al tempo stesso di imporre la propria legge con la forza delle armi o con una politica di intimidazione, di violenza, di ricatto, di corruzione”.

Parole di un’attualità disarmante che richiamano alle nostre menti, forti ed immediate, le immagini che testimoniano l’uccisione di George Floyd e le giornate ad essa successive. “Cari fratelli e sorelle degli Stati Uniti - affermava Papa Francesco all’udienza generale del 3 giugno scorso - seguo con grande preoccupazione i dolorosi disordini sociali che stanno accadendo nella vostra nazione a seguito della tragica morte del signor George Floyd. Non possiamo tollerare né chiudere gli occhi sul razzismo”. D'altro canto il pontefice è stato anche il primo a parlare al Congresso degli Stati Uniti in seduta comune a Capitol Hill. Era il 25 settembre 2015 . “Una Nazione - d diceva allora Francesco - può essere considerata grande quando promuove una cultura che consenta alla gente di sognare pieni diritti per tutti i propri fratelli e sorelle, come Martin Luther King ha cercato di fare. Quel sogno continua a ispirarci perché risveglia ciò che di più profondo e di più vero si trova nella vita delle persone”.

Proprio Floyd e Martin Luther King campeggiano al centro del nuovo murale dello street artist Jorit a Barra, quartiere orientale di Napoli. Assieme a loro Lenin, Malcom X ed Angela Davis. Assieme al murale (a differenza degli altri realizzato sul tetto di un palazzo privato e non in strada) Jorit ha anche condiviso una lunga didascalia: “Per favore, per favore, non riesco a respirare. Per favore amico, per favore. Non posso respirare. Non posso respirare. Per favore, non riesco a respirare, agente. Non riesco a respirare. Non uccidetemi, vi prego! Queste le ultime parole di George Floyd, un lavoratore afroamericano di 46 anni che viveva in un sobborgo di Minneapolis e lavorava in un ristorante chiuso a marzo a causa del lockdown. Le sue tragiche parole in punto di morte: ‘I can’t breathe', ‘Non posso respirare’, sono diventate il testamento politico di decine di migliaia di persone scese in piazza negli Usa da ieri contro l’ennesimo omicidio impunito di un sistema feroce e spietato contro i più deboli”.

“C’è gente che vuole scatenare una guerra razziale, e noi non dobbiamo cadere nella trappola. Dobbiamo restare uniti, e marciare sulla strada non violenta” è oggi l’appello di Bernice Albertine King. Giovedì 4 giugno alla North Central University di Minneapolis, in Minnesota, si è tenuta la prima cerimonia funebre per George Floyd. La cerimonia è stata la prima di altre funzioni pubbliche che si stanno tenendo in questi giorni; oltre ai familiari hanno partecipato politici e persone note, come Martin Luther King III. “Torneremo a Washington”, ha detto rivolgendosi a lui il reverendo Al Sharpton. “È dove si trovava tuo padre, all’ombra del Lincoln Memorial, quando disse ‘I have a dream’. Bene ci torneremo il 28 agosto per rilanciare e ribadire l’impegno verso quel sogno, per reagire”. “Io ho un sogno - non ci stancheremo mai di dire - che i miei quattro figli piccoli vivranno un giorno in una nazione nella quale non saranno giudicati per il colore della loro pelle, ma per le qualità del loro carattere”.

"Io ho un sogno". Anche oggi. Soprattutto oggi.