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Uscire da carbone, petrolio e gas e accelerare la giusta transizione incentrata sulle rinnovabili. La richiesta è stata avanzata questa mattina (27 aprile) a Roma con la manifestazione dei movimenti ambientalisti del Climate Pride in piazza Capranica, a due passi dal Parlamento, e in contemporanea a Santa Marta, in Colombia, dove fino al 29 aprile si tiene la conferenza internazionale per l’eliminazione delle fonti fossili.
La pace è rinnovabile
“La pace è rinnovabile, la guerra è fossile” è il messaggio lanciato dalla rete delle organizzazioni ambientaliste e della società civile, tra cui Cgil, A Sud, Extinction Rebellion, Fridays for Future, Greenpeace, Legambiente e Wwf. Gli attivisti si sono presentati con pale eoliche e pannelli solari, in contrapposizione a una grande bolletta, per richiamare governo e parlamento sui costi che i cittadini in Italia stanno pagando anche a livello economico a causa della dipendenza dai combustibili fossili.
La produzione di fossili aumenta
La richiesta è fondata. La produzione e gli investimenti nelle fossili continuano ad aumentare. Secondo i piani attuali nel 2030 i governi ne produrranno più del doppio rispetto a quanto compatibile con l’obiettivo di mantenere l’aumento della temperatura globale entro 1,5 °C. Le scelte compiute in questo decennio determineranno quindi se un futuro climatico vivibile rimarrà possibile.
Secondo il Global Energy Review 2026 dell’Agenzia internazionale dell’energia, le fonti pulite coprono oltre il 40 per cento dell’aumento della domanda mondiale di energia primaria, ma il peso complessivo dei fossili sulla domanda globale di energia rappresenta ancora circa 80 per cento.
E in oltre trent’anni di battaglie e annunci, l’incidenza è diminuita di appena 1,6 punti percentuali. Invece, ridurre del 90 per cento l’uso dei combustibili climalteranti entro il 2050 consentirebbe alla domanda energetica di continuare a crescere, generando al contempo benefici economici diretti stimati in 280 miliardi di dollari nei prossimi 24 anni.
Politiche insufficienti
Le organizzazioni hanno denunciato l’insufficienza delle attuali politiche climatiche e la crescente distanza tra impegni internazionali e scelte nazionali. Oggi il modello economico dipendente dai combustibili fossili e la conseguente crisi climatica si intrecciano con le tensioni geopolitiche e con la crescente destinazione delle risorse verso il riarmo, a scapito della transizione energetica ed ecologica.
Mentre di fronte all’attuale crisi energetica l’Italia ha rinviato la chiusura delle centrali a carbone dal 2025 al 2038 e continua a puntare sulle importazioni di gas, l’uscita dalle fossili passa dagli investimenti nelle tecnologie che non usano gas, carbone e petrolio nell’industria e nei trasporti, e dall’accelerazione nella costruzione degli impianti a fonti rinnovabili, degli accumuli e delle reti, che continuano a essere ostacolati.






















