Ripubblichiamo un racconto uscito sul Mese lo scorso marzo 2010. Auguriamo alle nostre lettrici, ai nostri lettori e a noi tutti un 2011 pieno di soddisfazioni, soprattutto collettive. E che il nostro Paese diventi presto più vivibile e giusto per giovani e anziani, per chi studia, per chi vive del proprio lavoro, per chi vive della propria pensione, per chi vive con onestà.

Quando la sua mamma la portò la prima volta al collocamento, Adele aveva 15 anni. La donna la guardò e le disse con fare solenne: “Bisogna fare il libretto del lavoro. Anche se studi, prima lo fai e meglio è”. Adele dava ragione alla mamma che di lavoro ne sapeva con venti anni di fabbrica, già allora, sulle spalle. Tornò dalla scuola e andò all’ufficio. Mentre sua mamma guidava pensava a quando anche lei avrebbe guidato, quando sarebbe finita l’adolescenza e tutta quella sensazione di turbolenza. A quel momento in cui avrebbe trovato un po’ di pace, soddisfazione e indipendenza guardando l’ultima riga della busta paga. Ora quel libretto bianco, timbrato qua e là per qualche lavoro a tempo determinato fatto intorno ai vent’anni per pagarsi gli studi, sarà in qualche scatola, schiacciato tra altri fogli inutili. Ci pensa, Adele, oggi che di anni ne ha il doppio, mentre aspetta al freddo, che il centro per l’impiego apra gli uffici al pubblico. È arrivata lì su quelle scale un po’ in anticipo perché le hanno detto che negli ultimi giorni c’è la fila.

Adele si siede e dice che è venuta a iscriversi. La sportellista guarda al monitor del computer, le chiede qualche dato. Adele tiene le mani sulla borsa e non sa dove posare gli occhi. Poi sente una voce senza emozione di là dalla scrivania, che le spolvera via l’imbarazzo. Scopre che i suoi sei anni di ricerca, frastagliati come coriandoli in contratti a progetto, notule e collaborazioni sono stati tradotti dal datore di lavoro con l’espressione di “addetta alla realizzazione dei progetti”. Adele balbetta qualcosa: “Sì, sono stata assunta con contratto a progetto, ma facevo lavoro di ricerca, statistica con analisi di dati, scrittura di report, interviste in profondità, elaborazioni di questionari”. Perché sono così superficiali nell’uso delle parole? Se qualcuno mi cerca per lavorare, cosa capisce che so fare? Cosa ho fatto per sei anni? Che lavoro sono?

Dietro le spalle di Adele altri occhi smarriti sono in fila, la ragazza ha fretta e le chiede: “E ora che pensi di fare?”. La risposta è così evidente che Adele la mormora appena. “Cerchi lavoro. Bene. Allora vai sul sito del centro per l’impiego e metti il tuo curriculum, ok? Quando c’è qualcosa che ti interessa, ti candidi”. Stampa un foglio e glielo fa firmare. Si intitola “patto di servizio” e ci sono solo poche righe. Adele china sul tavolo firma per dichiarare che sta cercando lavoro, che si sta attivando e il servizio pubblico le offre l’azione “incontro domanda e offerta”. Ma il centro per l’impiego non dovrebbe dare altro? Servizi di consulenza, orientamento, formazione? I finanziamenti europei del fondo sociale per i centri per l’impiego, per il diritto alla formazione continua, al sostegno alle politiche attive sul lavoro, che scopo hanno? E la legge 2 del 2009, quella del patto fra Regioni e governo per le misure di urgenza della crisi che non aggiungono nessun euro in più da parte dello Stato, ma tolgono i finanziamenti ai servizi per l’impiego regionali per dirottarli sugli ammortizzatori? Non spiegate niente ad Adele? Adele ha chiesto solo di essere iscritta, pare di sentire la risposta. Se non fa domande, perché dovremmo darle risposte in più? Tornerà quando sarà un po’ più stanca di cercare lavoro e allora, magari, le proporremo qualcos’altro.

Dagli occhi si vede. Bisogna allenarla a questo mondo di squali. Pensa di difendersi solo con quello che ha studiato? Per ora le facciamo firmare un altro foglio. Adele firma per dichiarare che è disoccupata. Sente un pizzicotto al cuore. Rimpiange la tirata d’orecchie della nonna quando era piccola, che le diceva di studiare, di impegnarsi e che, “vedrai, se studi come starai, come una regina”. Con i suoi scarni fogli Adele esce dal centro per l’impiego. Dieci minuti per capire che hai finito di realizzare progetti. Adele sale in auto. Vede dei manifesti politici di sei metri per sei contro la precarietà. Gli stessi che la sponsorizzavano come flessibilità e rivoluzione del lavoro che avrebbe dato il pane a tutti e gioia di cambiamento. Almeno scrivessero: “Ci siamo sbagliati. La precarietà è una montagna di merda”. Proprio come diceva Peppino Impastato della mafia.

Adele arriva all’Inps. Spinge un altro maniglione e prende il numero. Ha il 33 e c’è il 19 e ci sono solo due impiegate agli sportelli. Vede entrare qualcuno che ha il certificato medico, loro passano tra un numero e l’altro. Lei un certificato medico per non andare a lavoro non l’ha mai visto. Lei, se era malata, cercava di andare a lavoro lo stesso, se proprio aveva la febbre alta, stava a casa e poi doveva recuperare le scadenze di consegna delle sue ricerche. Lei non è mai stata visitata da un medico competente. Non sa cosa significa tutela della salute e sicurezza nei luoghi di lavoro. Si muore cadendo da un’impalcatura, mica da una scrivania. Poi se il monitor brilla e la sera fanno male gli occhi che importanza ha? Lei non ha mai avuto un giorno di permesso o uno di ferie. Il mese di agosto non le è mai stato pagato. Nessuna busta paga, solo un bonifico diretto sul conto ogni tanto, quando ti va bene. Altrimenti a fine progetto, anche a sessanta o novanta giorni. Cerca di non ascoltare i problemi di tutti quelli che aspettano. Pensa che fra poco finirà anche quell’attesa e dentro di sé canta per calmarsi un po’.

Dopo un’ora e venticinque minuti sta a lei. “Ho finito il mio contratto a progetto, voglio sapere se mi spetta…”. Ma l’impiegata salta sulla poltrona come se ci avesse degli spilli, la guarda con sorpresa e compassione e le dice di aspettare. Poi torna. Adele dice che si è letta la legge, ma non è chiara, non si capisce chi può beneficiare del contributo, anzi dell’una tantum. Sta scritto così: “Riconoscimento in via sperimentale per il triennio 2009- 2011, di una somma una tantum pari al 10 per cento del reddito percepito l’anno precedente (sua nonna direbbe: “Tirati su le ciocce”) ai lavoratori a progetto, inscritti in via esclusiva alla gestione separata presso l’Inps alle seguenti condizioni: operino in regime di committenza; abbiano conseguito l’anno precedente un reddito compreso tra 5.000 e 13.819 euro; siano state accreditate presso l’apposita gestione separata Inps almeno 3 mensilità nell’anno precedente, nonché un numero di mensilità compreso tra 3 e 10 per l’anno di riferimento; svolgano nell’anno di riferimento l’attività in zone dichiarate in stato di crisi ovvero in settori dichiarati in crisi”. L’impiegata le dice: “Fanno passare il messaggio che aiutano anche voi, ma non è vero. Ci sono così tanti cavilli e condizioni che non si sa neanche noi a chi spetta. Tu intanto fai domanda e vedi come va”.

Adele mentre compila il foglio sente il ragazzo accanto chiedere la disoccupazione. È più giovane di lei. Ha i jeans strappati e una felpa. A lui spetta l’assegno di disoccupazione, i primi sei mesi col 60 per cento dello stipendio e altri due mesi col 50. Lui ringrazia, mette i fogli in tasca e in poco tempo se ne va. Chiaro e veloce. Lui è un disoccupato come lo è lei, ma non è la stessa cosa. Sono due disoccupati diversi. Sente una rabbia crescerle dentro, una grande frustrazione che le arriva alla gola come una noce e le verrebbe voglia di fare uno sgambetto a quel ragazzo giovane e più fortunato di lei. Forse non ha neanche studiato tanto quanto lei. Non si è fatto le sere nei pub a lavorare, anche prima di un esame. Non ha rinunciato alle vacanze estive tutti gli anni come ha fatto lei. Forse non va neanche a votare. Non segue la politica sui giornali come fa lei. Forse ha già la casa pronta dai suoi genitori e non ha neanche da pagare il mutuo.

Lei invece vive in affitto con due sue amiche, ma le toccherà tornare a casa dai suoi e rispolverare di nuovo quei libri sulle mensole della sua camerina. Si sentirà indifesa e castigata. La nonna pensa che ancora la sua bambina non ha trovato lavoro, perché quei sei anni di contratti a termine per lei non sono lavoro, sono balocchi. Ora che sono finiti anche quelli, come farà a spiegare a sua nonna come si sente? A raccontarle questa giornata? E oggi, almeno, è impegnata a fare qualcosa, ma domani, cosa succede domani? Verrebbe voglia di prendere i lembi del giubbetto, a quel ragazzo, e chiedergli se gli pare giusto. Peccato che non è immigrato sennò Adele gli direbbe di tornarsene a casa sua, che qua ruba il lavoro, ruba gli assegni di disoccupazione, ruba il futuro degli altri. Qua non ce n’è per tutti e ci siamo rotti abbastanza di dover dividere anche quel poco che abbiamo.

Poi si vergogna di quello che ha pensato. Sente le mani bruciare. Al collo una vena pulsa. Quel ragazzo è un disoccupato come lei, è qua, è semplice acciuffarlo. Non c’è invece vicino chi dice, mentendo, che in tempo di crisi stiamo aiutando anche i precari. Non c’è chi ha firmato le leggi, chi ha pensato a quei contratti, chi li ha realizzati e accolti e accettati nella nostra Italia. Non c’è chi la prendeva in giro quando al collettivo politico all’università scriveva i cartelloni contro l’incertezza del futuro, perché erano loro a ostacolare la modernità e lo sviluppo. Adele esce dall’Inps per ultima. Troppi sono i responsabili addetti al disfacimento dei suoi progetti.

* Simona Baldanzi è nata nel 1977 a Firenze. Ha esordito col romanzo Figlia di una vestaglia blu (Fazi, 2006). Bancone verde menta (Elliot 2009) è il suo secondo romanzo. Il suo sito è www.simonabaldanzi.it.