Lucca 19 ottobre 09

Nei giorni scorsi il presidente del Comitato di Distretto (Ce.se.ca.) del settore calzaturiero , evidenziava come la realtà della nostra provincia sia fatta di una miriade di piccole e piccolissime imprese con ben n. 507 aziende che occupano meno di 3.000 lavoratori.

Nella nostra Provincia, le aziende che oggi avrebbero la possibilità e forse la voglia, di puntare ad investimenti finalizzati alla innalzamento della qualità dei prodotti ed e soprattutto all’innalzamento della qualità degli impianti che tecnologicamente soni rimasti quelli degli anni 70, sono soltanto una decina ed occupano circa 400 addetti.
Il fatto è, che da molto tempo (circa 30 anni) le imprese calzaturiere con particolare riferimento alla realtà di Segromigno, non hanno effettuato investimenti nell’innovazione dei prodotti e dei processi lavorativi .
La maggioranza delle imprese che avevano una solidità economica e strutturale, hanno deciso da tempo di non rischiare i propri capitali negli investimenti tecnologici e qualitativi , ed hanno invece preferito puntare ad una competitività basata sulla riduzione di tutti costi, a partire dal costo del lavoro, decentrando le attività di montaggipo in piccole aziende “conto-terziste” tenendo solo la parte commerciale e la modelleria “campionatura” .

Non possiamo nascondere la verità, sono poche le aziende che oggi le vediamo competitive perché hanno intrapreso la strada della qualità.

La via che invece hanno scelto, è stata quella di cercare di mantenere i mercati con l’estero ma solo attraverso uno sviluppo distorto fatto:
- di una calzatura di qualità medio bassa, con il decentramento montatura della calzatura in aziende che lavorano conto terzi con tariffe minime. Queste sono piccole aziende fatte ex dipendenti “dell’azienda madre”, i quali sono costretti a lavorare in concorrenza tra loro , con tariffe ridotte all’”osso” e molto spesso chiudono senza dare il dovuto ai propri dipendenti. Nel 2001 erano 727 le aziende calzaturiere in provincia di Lucca oggi sono 507;
- Queste piccole imprese che hanno tecnologie obsolete, con “manovie” e macchinari risalenti a quelli degli anni 70;
- alcune aziende hanno anche delocalizzato le proprie attività in Paesi dell’Est e commercializzato prodotti cinesi;
- Inoltre occorre ricordare che tutte le imprese della nostra Provincia sono fatte da imprenditori che hanno una visione tutta individuale e non esiste nessun tipo di consorszazione, ne per l’acquisto delle merci da lavorare e nemmeno per la vendita dei prodotti finiti;

OCCORRE ANCHE RICORDARE CHE:
- E’ da molto tempo che le aziende calzaturiere, (prima della crisi economica mondiale) adottano un sistema di organizzazione del lavoro flessibile e precario, con assunzione di lavoratori in modo precario, facendoli lavorare molte ore quando c’è il lavoro ed a ritmi esasperati, mettendo in Cassa Integrazione ( quella in deroga per piccole imprese artigiane o sotto il 16 dipendenti) quando manca il lavoro.

- Sono diverse le aziende che riducono il personale o chiudono. Spesso falliscono ed i lavoratori non percepiscono la liquidazione e le spettanze mensili, scaricandone tutti i costi sull’Inps, quindi sulla collettività;
- inoltre la quasi totalità delle aziende non applicano la legge n. 626 sulla prevenzione ed i lavoratori sono sprovvisti da ogni tutela più elementare quali gli aspiratori ai mastici con il rischio di ammalarsi di leucemie;

COSA FARE ALLORA PER CERCARE DI SALVARE E RILANCIARE IL SETTORE CALZATURIERO NELLA PROVINCIA DI LUCCA? Ripeto ciò che altre volte ho sottolineato ma che ad oggi non è stato effettuato un bel niente!

- Fare diventare una realtà concreta il progetto del Comune di Capannori di un Centro per l’innovazione tecnologica e produttiva della calzatura (“Cittadella della Calzatura”) dando strumenti idonei alle imprese che ne vogliono fare buon uso, è sicuramente importante ma non basta;
- E’ necessario che le Istituzioni a livello provinciale e regionale individuino risorse da destinare a progetti mirati a quelle aziende che investono nella qualità dei prodotti e dei processi tecnologici, garantendo occupazione stabile non precaria;
- E’ necessario anche promuovere un incontro tra le imprese commettenti e quelle che lavorato conto terzi al fine di individuare un accordo al fine di definire tariffe minime di riferimento per ogni prodotto lavorato, cessando la deleteria “guerra” al massimo ribasso;
- E’ necessario andare oltre la formazione effettuata sino ad ora dal CE.SE.CA. (distretto della Calzatura) e sviluppare , con il contributo delle istituzioni e delle Associazioni delle Imprese, un progetto formativo per i lavoratori disoccupati che sono stati espulsi dal lavoro (in maggioranza donne sopra i 40 anni) prevedendo una nuova assunzione anche in altre attività, alla fine del corso di formazione;
- E’ necessario costituire uno strumento pubblico di formazione ed informazione ai datori di lavoro, al fine di aggiornarli sulle opportunità esistenti in merito all’utilizzo di agevolazioni, risorse, per la formazione e lo sviluppo qualitativo delle proprie imprese.
- Infine è necessario sviluppare iniziative finalizzate alla nascita di una cultura consortile tra le imprese, evidenziando quanto è stato fatto in altre realtà calzaturiere della Toscana;

Credo che siano queste le iniziative di cui anche le Istituzioni locali dovrebbero farsi carico, e che come Organizzazioni Sindacali dobbiamo sostenere anche con la mobilitazione e la lotta necessaria, al fine di cercare di invertire la tendenza ad uno sviluppo distorto portato avanti da molti anni nel settore in provincia di Lucca.
Solo attraverso queste iniziative sarà possibile salvare il settore dal continuo ridimensionamento e rilanciarlo in un mercato fondato sullo sviluppo qualitativo più alto.


*Responsabile Prov. Dipartimento CGIL Piccole Imprese ed Artigianato