Ål seminario della Filctem sulla contrattazione, è toccato al segretario confederale Cgil, Franco Martini, concludere i lavori della mattinata. "Per il 26 marzo, la Cgil sta preparando un'iniziativa sulla contrattazione – ha esordito il dirigente sindacale –. Condivido in linea generale, la relazione di Miceli. In assenza di modelli contrattuali, dobbiamo evitare la logica del 'bomba liberi tutti', cioè che ognuno di noi fa quello che può. Al contrario, vorremmo provare a tessere un filo conduttore, che è qualcosa di più di un coordinamento confederale tra le categorie. L'obiettivo è riprogettare la contrattazione al tempo del Jobs act, capendo prima bene cos'è. Il tema è stato anche il cuore del nostro ultimo congresso nazionale. Oggi stiamo dentro il cantiere vero e proprio. Le controaprti ci dicono: è inutile che vi affannate a chiedere i rinnovi, perchè non c'è trippa per gatti, non c'è più carburante. E non si discute, invece, su come produrre la contrattazione, che è l'arte del redistrbuire la ricchezza prodotta, destinando al fattore lavoro una quota parte della ricchezza prodotta".

"È ovvio – ha proseguito Martini – che la contrattazione diventa un argomento sterile, se discutiamo in una stagione contrattuale condizionata da una crisi profonda e non mettiamo in campo il tema dominante, ovvero come produrre ricchezza. Perciò, la Cgil deve mettere in campo una grande iniziativa sulla contrattazione, ma dobbiamo sfidare istituzioni, governo e imprese su alcune scelte di priorità e orientare lì gli investimenti: che Paese vogliamo in termini di sviluppo? Dobbiamo sapere che se non arriva l'innovazione, noi manchiamo l'aggancio alla ripresa e all'economia dell'Unione europea. Se questo è il problema, come produrre ricchezza, la contrattazione diventa un impedimento o una risorsa? E un moderno sistema di relazioni è un impedimento o una leva per favorire la crescita? Una moderna contrattazione e un moderno sistema di relazioni è senza dubbio un vantaggio per il Paese e per lo sviluppo. Ma se questo è vero, allora il fattore lavoro è una risorsa pricncipale per l'impresa. Questo è il primo punto, l'Italia deve tornare a crescere e la contrattazione è la leva su cui agire".

"Dobbiamo contrattare – ha insistito il segretario confederale –, sapendo che dobbiamo fare i conti con la riforma o, meglio, con la controriforma del mercato del lavoro del Governo Renzi. È vero, non c'è più l'articolo 18, e che per questo siamo tornati a 45 anni fa, al 1970. A quei tempi, in alcunis ettori industriali, c'erano addirittura tre livelli di contrattazione, perchè c'era una spinta dell'economia tale che li rendeva necessari. Oggi noi dobbiamo tornare a quella fase lì. La mancanza di quell'ombrello, fatto di diritti e tutele, incide e modifica necessariamente i rapporti di forza. E il Jobs act porta con sè anche la mutazione genetica della platea occupazionale, in tempi non lunghissimi. In materia di appalti, ad esempio, in un paio di stagioni azzeriamo la platea, in virtù del contratto a tutele crescenti. Cioè, passiamo da una storia di identità collettiva a una storia individuale, e ciò fa saltare la radice del contratto collettivo nazionale, che è alla base della contrattazione. Dobbiamo allora riprogettare la contrattazione".

E dobbiamo discutere anche del modello di contrattazione – ha aggiunto Martini –: molti dicono, non è tempo per discuterne, ma non possiamo discutere di accorpamenti, se non abbiamo un'idea merceologica dei settori di appartenza che ogni categoria ha. Quanti sono i ccnl da accorpare? È una discussione da fare, ma c'è il rischio che ogni categoria s'inventi una sfera d'applicazione propria, che magari non coincide con le altre categorie. Per questo, ragioniamo sul sistema produttivo nazionale ed evitiamo di fare dumping tra di noi. La contrattazione deve rimanere sostanzialmente su due livelli, ma ci sono dei settori dove l'unico strumento di tutela non può che essere il contratto nazionale, ad esempio dove il rapporto tra lavoro e impresa è di uno a uno, o di uno a due: se togli il ccnl, lì non c'è più niente, perchè non esiste un secondo livello. Questa discussione dobbiamo farla tra noi, non lasciarcela imporre dagli altri".

Inoltre – ha rilevato l'esponente Cgil –, dobbiamo fare i conti con il Jobs act su alcune materie. Ad esempio, i processi di stabilizzazione occupazionale: dobbiamo provare a invertire il senso della destrutturazione esistente, stabilizzando l'occupazione. Così come il demansionamento non può stare assieme alla formazione. Se tu imprendtore vuoi investire sulla formazione, non mi puoi demansionare. E poi attenzione agli appalti: la clausola sociale è diventata dumping, e adesso rivendicarla significa mettere in ginocchio l'impresa regolare".

E infine, è ovvio - come ha ricordato Landini -, che il tema degli orari dobbiamo affrontarlo in termini nuovi, e ciò vale per tutti i settori. Non è stagione di orario a 35 ore, ma l'orario, al pari del welfare e della bilateralità vanno affrontati. In un mercato del lavoro mutato geneticamente, dobbiamo tutelare ancora di più i lavoratori e i loro diritti, anche al di fuori dell'ambiente di lavoro. Ma quanto salario chiedere nell'ambito dei rinnovi? La difesa del potere d'acquisto non è legata solo alla dinamica inflazionistica. Tutti dicono che non ci sono più soldi per la contrattazione, ma negli ultimi anni chi era ricco, lo è diventato ancora di più, al pari di chi era povero, che oggi lo è di più. Ciò è frutto di una dinamica salariale perversa. Perciò, la contrattazione inclusiva ora è una scelta strategica, non più una variante della contrattazione. Questo, perchè con l'introduzione del Jobs act, tutto il mercato del lavoro ne risulta colpito: oltre a non mettere dentro chi è fuori, la riforma del Governo Renzi mette fuori anche coloro che erano dentro" – ha concluso Martini.