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Non li hanno visti arrivare. Eppure si poteva, anzi si doveva: i giovani. Sono arrivati e hanno rappresentato una delle leve trainanti - insieme al Sud e ai più “grandi” - della schiacciante vittoria del No al referendum sulla riforma Nordio della Giustizia. Già ieri pomeriggio i dati dei primi flussi erano chiari: hanno detto No l’80 degli under 25 e il 61% degli under 35.
Ma i giovani hanno portato ulteriore linfa vitale alla democrazia: quella della partecipazione. Oltre un terzo di chi non ha votato alle Europee stavolta è andato alle urne e tra questi ci sono tanti tra ragazze e ragazzi. Secondo l’analisi di Nando Pagnoncelli pubblicata sul Corriere della Sera, la generazione Z, quella tra i 18 e 28 anni, ha fatto registrare una partecipazione al voto del 67%.
Qualcuno li ha definiti la generazione Gaza, quella che è stata investita da una situazione internazionale terribile e che ha invaso le piazze nei mesi scorsi. Una generazione a cui è toccato l’orrore in Palestina, Trump, l’Iran. Una generazione che sconta a scuola e nelle università le leggi autoritarie di questo governo, la retorica della meritocrazia – e che è stata evocata anche per giustificare le ragioni del Si - e le rifugge con il voto anche nel resto e appena può: contro una riforma della giustizia realizzata con prepotenza, come fosse un decreto legge: quattro passaggi parlamentari senza neanche ammettere una modifica e nessun un accordo con le opposizioni persino sulla data delle consultazioni.
Una generazione che, se si affaccia al lavoro, trova sempre più precarietà, sfruttamento e insicurezza. Per tutte queste ragioni è evidente quello che i giovani hanno capito e molti adulti no, e cioè che questo voto era un voto politico. Indebolire la magistratura (senza neanche toccare i concreti problemi della giustizia in Italia) era uno dei tasselli di un governo che sta provando a forzare le fondamenta costituzionali del Paese: prima con l’autonomia differenziata (per ora stoppata), poi con la giustizia e domani - ma si spera non più - con il premierato e una legge elettorale pessima.
Insomma, commenta Lara Ghiglione, segretaria confederale della Cgil, “questa importante partecipazione delle giovani e dei giovani è un fatto politico rilevante. È la dimostrazione che una generazione spesso raccontata come disinteressata o distante dalla politica, quando viene chiamata su questioni che riguardano la qualità della democrazia, risponde. E risponde con consapevolezza”.
E, appunto, non hanno solo inciso, continua, “hanno orientato il risultato, hanno trasformato un referendum in reale partecipazione democratica” e questo per Ghiglione ci dice che i giovani “ci pongono una domanda forte di democrazia. Una domanda che viene da chi purtroppo ha meno potere oggi, ma più futuro davanti”.
E poi c’è forse la domanda più decisiva, quella per cui “se vogliamo ricostruire partecipazione, dobbiamo cambiare il modo in cui costruiamo il rapporto con le nuove generazioni. Non bastano gli appelli, serve coinvolgimento reale, continuo, nei luoghi di vita, di studio, di lavoro”.
Tema che ovviamente “riguarda anche noi, direttamente. Riguarda il sindacato. Perché la partecipazione deve essere praticata. Deve vivere nei percorsi decisionali, nella costruzione delle piattaforme, nelle scelte che facciamo ogni giorno. Dobbiamo aprire di più, condividere di più, lasciare spazio reale alla voce delle giovani e dei giovani anche dentro la nostra organizzazione. Non come elemento simbolico, ma come parte sostanziale dei processi decisionali”.
Un sindacato che se vuole rappresentarli deve essere disposto a cambiare, conclude la sindacalista: “Perché questo voto ci consegna un messaggio molto semplice: quando le e i giovani, vengono messi nelle condizioni di capire e scegliere, la democrazia funziona. E funziona meglio”.
Sulle stessa lunghezza d’onda gli studenti, che parlano di una giornata storica: “Questa vittoria dimostra che le giovani generazioni non sono indifferenti e non restano a guardare – dichiara Angela Verdecchia, coordinatrice nazionale della Rete degli studenti medi –. Abbiamo difeso con determinazione la democrazia e l’indipendenza della magistratura, respingendo un tentativo di stravolgimento dell’equilibrio costituzionale”.
Tutto ciò “nonostante gli ostacoli, dalla negazione del voto fuori sede alla mancanza di attenzione verso i giovani”, afferma Alessandro Bruscella, coordinatore nazionale dell’Unione degli universitari –. Oggi il risultato è chiaro: chi ha votato NO ha scelto di difendere la democrazia”.
La vittoria del No rappresenta anche un segnale forte sulle priorità reali del Paese: “I problemi della giustizia restano quelli concreti: il precariato, i tempi dei processi e le condizioni delle carceri – riprende Verdecchia –. Ed è su questi temi che serve intervenire, non su riforme che rischiano di compromettere l’autonomia della magistratura”.
“Non abbiamo chinato la testa e non lo faremo in futuro – conclude Bruscella – questa vittoria è di tutte e tutti coloro che credono nella Costituzione, nella partecipazione e nella democrazia. Oggi festeggiamo, ma da domani continuiamo a costruire il Paese che vogliamo”.
I giovani con le manifestazioni in piazza contro le guerre e con questo voto vogliono un Paese che parli loro e che guardi a un futuro costruttivo. E invece, proprio ieri sono cominciate a uscire le prime bozze dei “programmi” scolastici per le scuole superiori in cui, ancora una volta, si parla esplicitamente - come nelle Indicazioni nazionali per il ciclo inferiore - di centralità dell’Occidente.
In questi giorni, poi, la commissione Cultura della Camera ha iniziato l’esame di una proposta di legge per la riforma dei licei classici. Tra le “novità”, la reintroduzione dei vecchi termini gentiliani: ginnasio e liceo. Il futuro è sicuramente da un’altra parte.


























