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C’era una volta il salario giusto. Arriva il decreto Primo maggio, sale sul palco con la faccia severa della maestra supplente e promette castighi esemplari: niente incentivi pubblici a chi sfrutta il lavoro povero. Poi si apre il testo e comincia il gioco di prestigio. Il dumping retributivo esce dalla porta e rientra travestito da Tec.
L’imprenditore col contratto pirata fa due conti e sorride. L’incentivo più ricco vale poco più di diecimila euro l’anno per assumere una donna al Sud. Peccato che il contratto leader possa costare settemila o ottomila euro in più per ogni dipendente. Basta avere due addetti già in organico e il vantaggio fa ciao con la manina. L’aiuto dura due anni. Il costo del lavoro resta sul groppone come una rata eterna.
Così spunta la scorciatoia. L’azienda sistema soltanto il neoassunto utile a incassare il premio. Un superminimo qui, qualche benefit là, il Tec gonfiato come un materassino d’agosto. Tutto grazie a una parola infilata nel decreto con la grazia di una mina antiuomo: “individuale”.
Il trattamento economico individuale riguarda l’intera impresa oppure il singolo lavoratore messo in vetrina? Perfino il dossier della Camera chiede chiarimenti. Segno che il trucco si vede già da lontano. Più di qualcuno teme la scena più italiana di tutte: contratto pirata per tutti, Tec lucidato soltanto per chi trascina il bonus.
Quel che resta è il solito teatrino nazionale. Il governo confeziona slogan da festa patronale, le imprese più spregiudicate imparano il lessico della convenienza, i dipendenti ricevono coriandoli e pacche sulle spalle. Primo maggio. Tec e tac. Il contratto sparisce, il salario pure.






















