Prima l’allarme, poi la favola, infine la smentita. L’Ice arriva, presidia, protegge, rassicura. Poi svanisce. Sciolta come neve fuori stagione. A Milano resta l’eco di una dichiarazione avventata e il silenzio imbarazzato di chi avrebbe dovuto sapere, oppure avrebbe potuto accennare, o almeno grattarsi il capo prima di lasciare che il governatore si lanciasse in un’anticipazione così plateale.

Fontana parla e il governo corregge. Il presidente assicura, il Viminale smentisce. Uno dice tutto chiaro, l’altro riscrive il copione. Ne esce un pasticcio istituzionale da manuale, con la Regione che anticipa lo Stato e lo Stato che rincorre per mettere ordine, forse sperando in una qualche formula magica da applicare prima che la narrazione vada in tilt completo.

Per qualche ora l’Ice diventa innocua per decreto verbale. Guardia del corpo gentile, ospite educato, presenza difensiva. Minneapolis resta lontana, deportazioni evaporate, morti archiviati come folklore d’oltreoceano. È come se la gravità di certi simboli venisse annacquata in tempo reale, trasformata in una rassicurazione da aperitivo mentre fuori infuria la tempesta.

La smentita arriva quando la polemica ha già fatto il giro. Nessun accordo, nessuna scorta comunicata, sicurezza tutta italiana. Traduzione semplice, Fontana parlava a vuoto. O parlava per conto proprio, che è persino peggio. Le parole restano lì, incastrate tra un’affermazione e una smentita, come tessere di un domino che non cadono mai nella giusta sequenza.

A svettare è un incauto governatore che normalizza e uno scattante governo che tampona, entrambi certi che basti abbassare il tono per spegnere il problema. L’Ice così sparisce, ma il pasticcio resta. Al sole lombardo, a sciogliersi, stavolta è la credibilità.