A Modena una persona schiacciata da pesanti disturbi psichici compie un atto terribile e il circo mediatico trova subito il bersaglio preferito. La sofferenza sparisce dietro l’albero genealogico, la biografia clinica viene espulsa dalla scena e resta soltanto la provenienza familiare, esibita da marchio infamante. La salute mentale scivola ai margini, l’origine diventa spettacolo da taverna isterica.

Il copione procede identico da anni. Cognome rassicurante, pelle chiara, inflessione da provincia italiana e subito arrivano le carezze linguistiche. Smarrimento, depressione, vita difficile, solitudine. Appena entra un’altra radice geografica, il linguaggio cambia temperatura.

Il quadro psichiatrico perde peso, quasi intralciasse la narrazione desiderata. La salute mentale affonda, i servizi crollano, le periferie marciscono. Ma è una materia troppo complicata, costosa, faticosa da affrontare. Molto più semplice costruire una favola tossica sulla discendenza e lasciare che la rabbia faccia il resto.

In questo tempo malato il disagio psichico diventa tappezzeria narrativa. La nazionalità acquisisce invece il peso di una sentenza antropologica. Un trucco perfetto per alimentare sospetto, rancore, ostilità quotidiana. La pelle usata da perizia scientifica. La carta d’identità trasformata in prova accusatoria. Una filiera industriale della paura che produce cittadini incattiviti.

La destra di governo si butta nella mischia dopo anni trascorsi a soffiare sul fuoco identitario con decreti, slogan e ossessioni securitarie. Ogni tragedia diventa materiale utile per irrigare paura sociale e trasformare l’immigrazione in una centrale emotiva del consenso. Il nemico resta sempre lo stesso. Più semplice indicare un colpevole che affrontare il fallimento politico di uno Stato ridotto a megafono dell’odio.