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La Cgil dice il vero quando afferma che il drenaggio fiscale ha sottratto risorse e quindi potere d’acquisto a lavoratori e lavoratici dipendenti e ai pensionati. A dirlo è Nadia Garbellini, professoressa associata di Economia politica all’Università di Modena e Reggio Emilia. Lo studio recente dell’Istat, infatti, utilizza una base di calcolo che poco si sposa con il reddito individuale e quindi con il drenaggio fiscale.
Secondo gli studi della Cgil e di autorevoli economisti, ai lavoratori e ai pensionati sono stati sottratti circa 25 miliardi di euro di fiscal drag nel solo triennio 2022-24. Per l’Istat, invece, non è così. Come spiegare questa differenza?
Esistono diverse metodologie di calcolo del drenaggio fiscale, dipende tutto da come lo si definisce, da come si determina la base di calcolo e da quale periodo si prende a riferimento. La definizione della Cgil è basata esclusivamente su grandezze osservabili e misurabili: il calcolo è stato effettuato sulla differenza tra le imposte effettivamente pagate con la normativa vigente e quelle che si sarebbero dovute pagare con l’Irpef perfettamente indicizzata all’inflazione. Quindi, il calcolo è stato fatto sui redditi personali, che sono appunto misurabili, senza considerare tutti i vari bonus, assegni familiari e altro. La base di calcolo dell’Istat, invece, oltre al reddito personale di lavoratori dipendenti e pensionati, considera anche altri elementi che non sono legati al drenaggio fiscale.
Un esempio?
L’Istat tiene conto anche dell’assegno unico e universale per i figli a carico, che però non tutti i contribuenti percepiscono, infatti nel loro studio il drenaggio fiscale risulta compensato solo in presenza di figli. Parliamo di una misura di sostegno economico, dipendente dall’Isee e quindi dalla situazione reddituale e patrimoniale del nucleo familiare, che verrebbe comunque erogata a chi ne ha diritto, anche in caso di indicizzazione della struttura dell’Irpef. Pertanto, non può essere considerata come una compensazione del drenaggio. Ovviamente questo altera la base di calcolo. Occorre, invece, considerare il drenaggio come un fenomeno macroeconomico, indipendentemente da quali sono le peculiarità delle famiglie, se con figli o senza.
È corretto quindi affermare che un conto è il reddito, un conto sono bonus, incentivi, assegni unici e via elencando?
Assolutamente sì. Tra l’altro l’Istat, e lo si vede nel documento metodologico che ha pubblicato, dice espressamente che le loro stime sono basate sul modello “FaMiMod”. Si tratta di un modello econometrico composto di molte equazioni, utilizzato per stimare una serie di grandezze che non sono direttamente osservabili e che vengono quindi ricostruite indirettamente, combinando informazioni di contesto con specifiche ipotesi teoriche incorporate nel modello. Quindi, tutto questo restituisce stime che dipendono essenzialmente dalle ipotesi del modello stesso.
La Cgil, invece, cosa ha fatto?
La Cgil ha adottato una metodologia che prende in considerazione grandezze osservabili e direttamente correlate col fenomeno del drenaggio fiscale, cioè i salari e le pensioni e le relative imposte, mentre le altre istituzioni ampliano al nucleo familiare includendo anche misure come bonus, welfare e altro. È ovvio che potranno anche esserci ulteriori elementi che determinano indirettamente il potere d'acquisto del singolo contribuente, ma la Cgil rimane giustamente focalizzata sull’incremento silenzioso del prelievo fiscale a danno di lavoratori dipendenti e pensionati.
Ma, precisamente, cos’è il drenaggio fiscale?
È l’aumento della tassazione dovuto all’inflazione che si concretizza quando l’imposta progressiva, come l’Irpef, non è indicizzata alla variazione dei prezzi. Tutte le altre grandezze, come bonus e assegno unico, non riguardano il reddito e l’imposta: volerle considerare come compensazione del drenaggio fiscale, quindi, è proprio sbagliato dal punto di vista concettuale. È ovvio che, ripeto, se si adottano criteri di definizione diversi, i risultati cambiano. Non è un caso che le stime della Banca centrale europea di qualche mese fa e quelle dell'Istat di questi giorni sono diverse tra loro perché usano un differente modello econometrico.
La base di calcolo utilizzata dalla Cgil è quindi corretta?
Sì, e lo è perché identifica il perimetro del fenomeno. Il drenaggio fiscale, infatti, agisce a prescindere dall’effettiva variazione del salario o pensione nominale, determinando comunque una crescita dell’imposta, senza la necessità che il contribuente passi allo scaglione superiore.
Il drenaggio fiscale, allora, colpisce duramente i redditi da lavoro dipendente e da pensione?
Il nostro sistema fiscale richiede progressività e il meccanismo del drenaggio fiscale agisce come uno “stabilizzatore automatico”: in caso di inflazione, comprime i redditi e dunque la domanda interna, allo scopo di rallentare la crescita dei prezzi. Le categorie colpite sono solo quelle sottoposte alla progressività, cioè lavoratori dipendenti e pensionati. Questo modifica sostanzialmente la distribuzione tra i percettori di diversi tipi di reddito, camuffando il tutto dietro una questione apparentemente tecnica, ma che tecnica non è. È invece una questione di economia politica, di democrazia e di come, attraverso il drenaggio fiscale, si fa pagare il costo degli aggiustamenti di bilancio ai redditi da lavoro dipendente e da pensione.























