“Il Sì vincerà di almeno dieci punti”. Italo Bocchino aveva già inciso le tavole della legge, proclamato il trionfo, benedetto il risultato referendario. Più che opinione, una rivelazione. Per settimane ha officiato certezze in tv e sui social, con l’aria di chi scambia il proprio riflesso per la realtà intera, trasformando ogni intervento in un’autocelebrazione continua.

Inarrestabile nella sua funzione sacerdotale. “Non c’è partita”, pontificava, mentre “gli italiani hanno capito” diventava un comandamento. L’Italia ridotta a scenografia, lui unico interprete, con il tono solenne di chi predica a un pubblico immaginario, dove ogni dubbio viene bandito con zelo.

Poi arrivano le urne, quelle vere, e fanno quello che i fatti fanno sempre con i profeti improvvisati. Li smentiscono e li espongono. Il risultato buca la narrazione come uno spillo su un pallone gonfiato a vanità e restituisce la misura esatta del personaggio, con la precisione di una sberla pubblica.

A quel punto inizia il numero migliore. La previsione si torce e si ripresenta come se nulla fosse. Ma lui, impavido, si riscrive addosso una versione più comoda, con la disinvoltura di chi considera la realtà un dettaglio. La cantonata diventa opinione, l’opinione verità, in un circuito chiuso e perverso che si alimenta da solo.

Così resta lì, intatto, impermeabile al ridicolo. Sette punti svaniti e trasformati in materiale da riuso propagandistico. Qui si vede il mestiere. Sbagliare con arroganza, poi rivendere l’errore come intuizione. E continuare a parlare abbastanza a lungo da coprire il rumore della figuraccia, finché la figuraccia stessa diventa sistema e perfino stile.