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L’industria dell’auto perde pezzi, brucia miliardi, smarrisce la rotta. In alto, invece, la bussola indica sempre la stessa direzione: il conto corrente. Carlos Tavares lascia la plancia di Stellantis e incassa quasi dodici milioni, tra premio di trasformazione e carezze di fine rapporto. Un addio dorato mentre le linee rallentano e le famiglie fanno i conti con turni e cassa.
Il 2025 della casa automobilistica che fu Fiat si chiude con ricavi in calo e una voragine da oltre venti miliardi. Un cratere industriale che non intacca le vette. Il nuovo amministratore delegato supera i cinque milioni, il presidente viaggia sopra i due. Il disastro resta a terra, i compensi decollano. Aerodinamica sociale.
La dottrina aziendale la chiamano pay for performance. Inglese elegante per dire che il merito ha sempre un prezzo alto, anche quando i numeri piangono. Niente bonus annuale legato ai risultati, spiegano con sobrietà. Restano salario base, azioni, incentivi pluriennali. Una sobrietà da salotto finanziario.
Nei reparti, invece, si pratica l’austerità operaia. Flessibilità, sacrifici, produttività come mantra. Ai piani alti si celebra la resilienza del portafoglio. Due grammatiche diverse sotto lo stesso tetto, una per chi stringe bulloni, l’altra per chi stringe mani nei consigli d’amministrazione.
La questione non riguarda l’invidia sociale, comoda favola per difendere privilegi. Riguarda la proporzione, la dignità del lavoro, l’idea stessa di impresa. Se la nave imbarca acqua e il ponte di comando si assegna medaglie d’oro, il problema supera il mercato. È un modello che premia la caduta libera e chiama successo la propria impunità.






















