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Mafia

Nicolò Azoti, l'assassinio di un uomo giusto

Sindacalisti vittime della mafia, l'ultima notte terribile di Nicolò Azoti
Ilaria Romeo
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Aveva appena 37 ed era il segretario della Camera del lavoro di Baucina, in provincia di Palermo. Pagava con la vita l'aver sfidato i mafiosi che avevano cercato invano di corromperlo

Il 21 dicembre del 1946 a Baucina (Palermo) Nicolò Azoti, segretario della Camera del lavoro, viene colpito a morte. A sparargli cinque colpi d’arma da fuoco mentre rincasa è un gabellotto, capomafia locale. Aveva 37 anni. Pagava con la vita l’aver sfidato i gabellotti che avevano cercato invano di corromperlo e che alla fine avevano deciso di toglierlo di mezzo. 

Il suo omicidio non otterrà mai giustizia. La testimonianza della moglie che aveva riconosciuto l’assassino non servirà a catturare i colpevoli e persino al funerale il parroco, per paura, eviterà di far entrare la bara in chiesa. La storia di Nicolò Azoti è raccontata nel libro che la figlia Antonina ha voluto dedicargli, Ad alta voce. Il riscatto della memoria in terra di mafia. Così, anni dopo, Antonina raccontava quella drammatica notte: 

Ero particolarmente felice quella sera. Avevo appena scoperto il dono che la "Vecchia Natala", la befana, mi avrebbe portato per il Natale ormai imminente. E avevo capito pure che a donarmelo sarebbero stati, in realtà, i miei genitori. Doveva essere una sorpresa, ma io avevo già intuito qualcosa e sentendo mamma e papà parlare di un cappottino rosso, ne avevo avuto la conferma. Vanitosa come tutte le bambine, l'idea di un bel cappottino nuovo mi aveva reso gioiosa, quasi elettrizzata. Finsi di non capire e di non sapere, e custodii quel segreto tenendolo tutto per me, senza condividerlo neppure con il mio fratellino. Ma solo per poco. Quando mamma e papà ci misero a letto e ci diedero il bacio della buona notte, aspettai che uscissero dalla stanza e confidai a Pinuccio quello che avevo scoperto: per me il cappottino rosso, gli dissi, per te il baschetto blu. 

E per dimostrargli che stavo dicendo la verità, lo tirai per la mano invitandolo a spiare dalla fessura della porta socchiusa: mamma, di spalle, era lì sotto la lampada e volteggiava tra le mani il mio cappottino rosso. Cucendo aspettava il rientro di papà che, come tutte le sere, si era recato alla Camera del lavoro. Pinuccio trovò intrigante la cosa e, insaccando la testa nelle spalle, sorrise portandosi l'indice sulle labbra serrate: "sssss…ssstt". Tornammo a letto con una gioia in più nel cuore. Ci addormentammo, io nel lettone e lui nel suo lettino, quel lettino che con tanto amore papà aveva costruito per lui quando era nato.

Dormivo e già sognavo, quando spari improvvisi mi fecero trasalire: mi ritrovai seduta in mezzo al letto nella stanza buia e, prima ancora che io potessi invocarla, grida strazianti mi ferirono le orecchie e... il cuore. Era lei, la mamma, che aveva riconosciuto nei lamenti provenienti dalla strada, la voce di papà e gli chiedeva: "Cola, Cola, chi ti ficiru?'" "Mimì, mi spararu!" Com'era strana quella voce! A me non pareva la voce del mio papà, non poteva essere la sua voce. Era impietrita e confusa. Mi alzai e mi accostai allo spiraglio che qualche ora prima mi era stato complice in quella che mi era apparsa la "scoperta'"più importante della mia vita. Ammiccai, ma con difficoltà, perché i battiti del mio cuore scuotevano il mio corpicino di quattro anni.

Erano battiti incontrollati, violenti, diversi da quelli della monellina curiosa e furtiva, che scoprendo il segreto della "Vecchia Natala", si era sentita diventare più grande. E da quello spiraglio vidi la mamma tendere le braccia, protesa dal balconcino a petto quasi a volere raggiungere a volo papà mentre continuava a gridare con la voce strozzata. Papa arrivò trascinandosi a fatica per la breve salita che lo separava da casa e, sorretto dalla mamma si abbandonò sul letto dove un attimo prima io dormivo beata. Vidi qualcosa di rosso... ma non era il mio cappottino”.

Nel trigesimo della morte di Giovanni Falcone quella bambina di 4 anni, diventata adulta, salirà sul palco rivendicando, ad alta voce, l’orgoglio di essere figlia di un uomo che della lotta alla mafia aveva fatto la sua ragione di vita e, purtroppo, di morte.

A 18 anni ho cominciato a capire di chi ero figlia - dirà - quando ho letto il libro di Michele Pantaleone Mafia e politica. Lì c’è l’elenco dei sindacalisti uccisi, ho trovato il nome di mio padre. ‘Ecco chi sono. Questo è mio padre’, mi sono detta. Quella era la prova che non era colpevole, che aveva avuto degli ideali ed era morto per difenderli. Per la prima volta entravo in contatto con una storia alternativa, quella dell’antimafia”.

Una storia che ci appartiene e che con orgoglio rivendichiamo, con la consapevolezza, sempre, di servire una causa grande, una causa ancora una volta giusta.