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«Il mio corto per risarcire Paola Clemente»

«Il mio corto per risarcire Paola Clemente»
Foto: La giornata di Pippo Mezzapesa
Emanuele Di Nicola
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Intervista al regista Pippo Mezzapesa, autore de La giornata: "Dagli atti del processo abbiamo ricostruito le ultime ore, con le parole delle compagne e del caporale. Insceniamo una fiaccolata simbolica, quella che la donna non ha mai avuto"

È stato presentato ieri alla Camera il cortometraggio La giornata dedicato a Paola Clemente, morta di fatica il 13 luglio 2015 nei campi di Andria. La sua tragica scomparsa ha dato forza alla mobilitazione per il contrasto al caporalato, che ha portato nel 2016 all'approvazione della legge 199. La storia di Paola, già divenuta un simbolo, adesso è anche un film breve, voluto dalla Cgil e Flai Puglia e prodotto da Paky Fanelli per Fanfara srl. Ne abbiamo parlato con il regista, Pippo Mezzapesa.

Rassegna Come hai deciso di girare il corto? Ci racconti la nascita del progetto?

Mezzapesa L'idea è nata insieme agli sceneggiatori Antonella Gaeta e Giuliano Foschini, autore dell'inchiesta su Repubblica. Lui ci ha sottoposto le dichiarazioni negli atti del processo in corso contro gli imputati per la morte di Paola: a quel punto si è cercato di dare forma al racconto, che è la fase più complicata. Volevamo raccontare l'ultima giornata di lavoro della donna attraverso le dichiarazioni delle compagne e le parole del caporale, ma non con un taglio giornalistico, bensì usando la forza del racconto cinematografico. Questo ha richiesto uno studio, una costruzione e un ragionamento sulla forma. Abbiamo deciso di inscenare il viaggio delle braccianti: dalla partenza in piena notte all'arrivo, saltando paradossalmente la parte del lavoro e della sofferenza di Paola. La tragedia infatti ci viene raccontata dalle colleghe braccianti durante il viaggio, è così che abbiamo ricostruito la giornata. Nella realtà Paola è già scomparsa, ma sullo schermo è ancora presente: abbiamo creato un incrocio di piani narrativi e temporali, in cui la donna è insieme a loro e segue lo sviluppo del racconto.

Rassegna Le attrici che interpretano le braccianti, mentre raccontano la storia, recitano dritto in camera come se guardassero negli occhi gli spettatori. Perché questa scelta?

Mezzapesa Quando abbiamo letto le loro dichiarazioni abbiamo immaginato le donne che parlavano con noi, tentando di restituire questa sensazione. Le attrici si rivolgono a un pubblico ideale, lo spettatore, come se raccontassero in prima persona ciò che è accaduto: è una scelta registica per rafforzare ancora di più le loro parole. Ho provato a rendere più forti le dichiarazioni processuali attraverso voci, volti e luoghi, ma molto contano anche gli sguardi. Così le braccianti incrociano gli occhi del pubblico.

Rassegna La morte di Paola è avvenuta nel silenzio, prima della denuncia del sindacato i giornali non ne hanno parlato. Nel tuo film c'è una fiaccolata simbolica, in questo modo hai voluto risarcirla?

Mezzapesa In fase di scrittura ho letto una dichiarazione: c'è una testimone che dice che Paola non ha avuto neanche una fiaccolata, ovvero un atto che dovrebbe essere garantito a tutti e che tutti meritano. Mi è sembrato allora suggestivo e corretto che il film finisse proprio con una fiaccolata. La scena si svolge di fronte al masso dov'è stata fatta sedere dal caporale, dopo il malore e poco prima del decesso, quando le disse: "Siediti lì che ti passa". È una sequenza con valore simbolico: le fiaccole fanno luce, rappresentano l'accensione dei riflettori sul dramma del caporalato che - forse - senza questo tragico evento oggi sarebbe ancora all'oscuro.

Rassegna Il tuo primo lungometraggio di finzione, Il paese delle spose infelici, era un film ambientato in Puglia dal forte impatto sociale. Ti candidi come cineasta impegnato e insieme fortemente radicato al territorio.

Mezzapesa Mi piace raccontare la Puglia nelle sue luci, ombre e ferite. Nel mio cortometraggio precedente SettanTa, ambientato nel rione Tamburi a Taranto, parlavo della questione dell'Ilva dove si impone il tema del ricatto tra salute e lavoro. Cerco di fare cinema sociale ma sempre raccontando storie, cercando un'originalità e una tipologia di racconto che proponga paradossi. Anche drammatici: lì raccontavo la storia di un uomo che per sopravvivere organizza una riffa, ovvero "vende" il destino facendosi pagare un euro per ogni numero. Da qui partivano altre storie, tutte all'ombra dell'Ilva.

Rassegna La situazione del cinema italiano oggi appare problematica, soprattutto in termini distributivi. C'è spazio per le grandi opere, poche sale per quelle indipendenti e fuori dal circuito. Tu come la vedi?

Mezzapesa Voglio essere ottimista. È vero, ci sono grandi difficoltà, poca disponibilità di sale per il cinema italiano più piccolo e coraggioso. Io penso però che, se le storie valgono, se raccontano mondi che la gente vuole conoscere allora uno spazio si trova. Non bisogna più basarsi sul circuito cinematografico classico, ma aggredire altri luoghi come i festival e il web. Tanti film hanno avuto un destino positivo oltre la sala e ottenuto la loro riconoscibilità: oggi gli autori devono inventarsi la vita della loro opera ma, se c'è la sostanza, alla fine la riuscita è possibile.

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