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Quando alla Sapienza contestarono Lama

Luciano Lama, il sindacalista partigiano
Foto: fotografia di Archivio storico Cgil nazionale
Ilaria Romeo
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Il 17 febbraio di 40 anni fa, in un clima segnato da grandi mobilitazioni studentesche, l'allora segretario della Cgil fu costretto a scendere dal palco e ad abbandonare l'Università di Roma. “Bisognava che si capisse dove stava il pericolo”

In una Sapienza occupata già da più di due settimane e in un clima segnato da grandi mobilitazioni studentesche, il 17 febbraio 1977 Luciano Lama viene contestato all’Università di Roma. Alle 8,00 del mattino, il segretario della Cgil entra nella città universitaria a piedi, seguito dal servizio d’ordine e da militanti della Camera del lavoro e della Federazione comunista della capitale. Alle 10 in punto inizia il suo comizio: “Compagne e compagni, lavoratori e studenti, io credo che il modo migliore per utilizzare questa occasione sia quello di ragionare e ascoltare con calma. Questa grande manifestazione di lavoratori e studenti può forse essere un poco disturbata, non può essere impedita. Io voglio dire che questa mattina ero venuto qui francamente curioso di vedere quello a cui un giornale, il solito Corriere della Sera, ci aveva preparato, parlando di carri armati che sarebbero entrati all’Università di Roma; francamente carri armati non ne ho veduti”.

Al posto di carri armati e autoblindo, il leader di corso d’Italia vede “migliaia di lavoratori, di lavoratrici, di studenti riuniti qui per discutere di un problema vitale, non solo della gioventù italiana, ma dell’intera società del nostro Paese, ed è di questo che dobbiamo parlare qui oggi, perché questi sono i problemi reali che assillano insieme i giovani e gli adulti in Italia. Quale domani prepara questa scuola a voi compagni studenti e ai lavoratori? È questa la domanda che noi ci dobbiamo porre, e a questa domanda deve rispondere non solo questa nostra manifestazione, ma l’impegno del mondo studentesco e culturale e l’impegno di lotta delle grandi masse dei lavoratori italiani. [...] Noi non pensiamo di poter agire senza di voi e tanto meno pensiamo di poter agire contro di voi”.

Lettere a Lama: Luana, 12 anni
Lettere a Lama: Michele, studente
Telegrammi degli "indiani metropolitani"
Comitato direttivo Cgil 17 febbraio 1977

A seguire, Lama fa scivolare il discorso sul passato e sulla sua esperienza di partigiano, come per indicare la capacità del movimento operaio di stare sempre “dalla parte del giusto”: “Vedete, noi abbiamo partecipato quando c’erano i tedeschi e i fascisti alla lotta clandestina, difendendo le macchine e le fabbriche del Nord. Sono le solite parole, dice qualcuno. No, sono parole e fatti nei quali decine e decine di uomini hanno perduto la vita. Questa è la verità. [...] Qualcuno ci accusa di voler normalizzare. Normalizzare che cosa? Noi vogliamo cambiare, trasformare, rinnovare l’università e il Paese, altro che normalizzare. [...] Dobbiamo, con la forza della democrazia e col consenso, contro i fascisti e contro la violenza, perché noi siamo dalla parte del giusto e della legge, conquistare il rinnovamento nell’università e nella società. Io voglio concludere a questo punto con un appello alle forze intellettuali e culturali perché si impegnino in questa grande impresa di rinnovamento che non è certo impresa al servizio del potere, ma è un’impresa al servizio della causa nobile e grande dei lavoratori per il cambiamento della società italiana. [...] Guardate amici e compagni, se voi disperderete le vostre forze e il vostro impegno in un atteggiamento che è di rifiuto di una politica reale di rinnovamento, le forze del lavoro, le forze del progresso non si arresterebbero”.

Forse il discorso è finito, forse no, ma continuare non è più possibile: vola di tutto sul palco assediato e bisogna abbandonare il campo in fretta. Alle 10,30 Bruno Vettraino, della Camera del lavoro di Roma, dichiara sciolta la manifestazione. Lama viene portato via dall’Università sulla Mini minor rossa di un ferroviere-soccorritore, iscritto alla Cgil, intercettato per caso davanti alla Sapienza. “Ci sarei andato lo stesso – risponderà il segretario generale di Corso d’Italia qualche giorno dopo al giornalista della tv svizzera Gianni Delli Ponti –. Era necessario far scoppiare il bubbone, bisognava che si capisse dove stava il pericolo e di che cosa si trattava”.

“All’epoca io ero all’Università – dirà circa 30 anni dopo la figlia Rossella a Pietro Medioli, autore di “Un leader in ascolto”, girato nel 2006 (decimo anniversario della morte di Luciano Lama) in occasione del Centenario della Cgil –, provai a spiegargli che potevano esserci disordini, lui però era deciso. Non poteva accettare che ci fosse una zona off limits in cui il sindacato non poteva entrare e che gli studenti contrari a quel clima la dovessero subire. La considerava una missione”. “Cercai di farlo ragionare – è invece il racconto di Claudia, l’altra figlia, all’epoca universitaria anche lei –, ma mi disse: ci sono cose che sono importanti e che si devono fare”.

A seguire, il racconto degli avvenimenti di quella giornata attraverso i documenti dell’Archivio storico della Cgil nazionale: le lettere di solidarietà di due giovani – in un caso di una giovanissima – al segretario generale; gli irridenti telegrammi, specchio di un’epoca, inviati al “generale Luciano Custer” da alcuni studenti fiorentini; l’intervento di Lama al comitato direttivo confederale dello stesso 17 febbraio 1977 (ciò che colpisce, in questo caso, è la normalità della riunione, la mancanza totale di riferimenti agli avvenimenti appena accaduti).

Ilaria Romeo è responsabile dell’Archivio storico Cgil nazionale