Discriminati perché fanno volontariato, vanno sulle ambulanze, soccorrono malati, assistono anziani. Molti di coloro che in queste settimane sono stati ringraziati perché eroi, salutati come  angeli custodi, ammirati per il coraggio e l’abnegazione, rischiano tornando al lavoro di essere considerati "untori" e di essere trattati come tali. L’allarme è lanciato dall’Anpas, Associazione nazionale pubbliche assistenze, che insieme a Croce Rossa e Misericordie, le altre due principali organizzazioni di volontariato sanitario che stanno operando in questa emergenza, chiede ai ministeri della Salute e del Lavoro di correre ai riparti ed evitare questa stortura. Già adesso ci sono persone, uomini e donne che hanno prestato servizio come volontari nelle fasi più acute e critiche dell’epidemia, alle quali per poter continuare a lavorare è stato chiesto di dimettersi dalle associazioni. Ora tocca a tanti altri rientrare al lavoro e garantire di essere sani e di non essere stati a contatto con persone malate.

L’integrazione del “Protocollo condiviso di regolazione delle misure per il contrasto e il contenimento della diffusione del virus Covid-19 negli ambienti di lavoro” del 24 aprile, nel punto in cui parla di come rientrare in azienda, specifica che l’accesso è precluso “a chi, negli ultimi 14 giorni, abbia avuto contatti con soggetti risultati positivi al Covid-19 o prevenga da zone a rischio secondo le indicazioni dell’Oms”. Ora, i volontari dell’Anpas, come quelli di Croce Rossa e Misericordie, con i malati hanno avuto a che fare, eccome. Hanno risposto alle emergenze e alle urgenze del 118 e del 112, hanno lavorato al fianco delle popolazioni colpite, controllato temperature, recapitato farmaci, consegnato cibo, trasportato persone dializzate, anziani, disabili. Sempre dotati di dispositivi di protezione individuale, sempre con mascherine, guanti, tute, sempre sotto controllo. “Tecnicamente chi usa le protezioni non viene  a contatto con i malati e con la malattia – precisa Fabrizio Pregliasco, virologo, presidente di Anpas e direttore sanitario dell’istituto ortopedico Galeazzi di Milano -. Un concetto ribadito anche dal ministero della Salute. È chiaro che una residua possibilità di contatto resta ma è marginale, remota. La dicitura inserita quando parla di ‘contatto’ è quindi ambigua e fuorviante. Per questo, d’accordo con il Terzo Settore, abbiamo chiesto di cambiarla”.

Da un lato ci sono i lavoratori, che nel rientrare in azienda devono autocertificarsi e dichiarare di “non avere avuto contatti” negli ultimi 14 giorni con persone risultate positive. Dall’altro i datori di lavoro che sono obbligati a garantire la salute e la sicurezza di dipendenti e collaboratori. “Sappiamo che la norma prima ancora della riapertura ha creato problemi: i datori non si fidano, hanno paura del volontario, ritengono che sia stato esposto al rischio e che possa essere un untore – continua Pregliasco -. Basterebbe modificarla oppure che il comitato tecnico scientifico si pronunciasse precisando meglio questo punto. La questione non è marginale. Ci sono persone che hanno continuato a lavorare e che sono state messe di fronte a un aut aut: o lasci il volontariato o lasci il lavoro”. Una discriminazione che rischia di svuotare il servizio fondamentale e irrinunciabile offerto da queste organizzazioni, impegnate in prima linea nell’emergenza Covid-19. Stiamo parlando di 200mila volontari tutti operativi in queste settimane, insieme per garantire soccorso e assistenza in tantissime realtà. Persone che, precisano le associazioni, sono protette sia dal punto di vista della prevenzione delle procedure, con una formazione costante e consolidata, che dal punto di vista dell'uso dei dispositivi da indossare in situazioni di intervento su potenziali casi positivi. Persone che oltre a regalare il proprio tempo e il proprio impegno, adesso rischiano anche seriamente di essere discriminate.