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Gli audiolibri sono una bella invenzione, soprattutto in vacanza, se lo zaino che le compagnie aeree esigono sempre più piccolo costringe a una cernita delle letture estive. Rovistando tra quelli a disposizione in rete spunta Canne al vento di Grazia Deledda, interpretato splendidamente dalla voce di Valentina Carnelutti per RaiPlay Sound. Una voce che restituisce le parole di una scrittrice unica nel panorama della letteratura italiana, vissuta tra la fine dell’Ottocento e i primi trent’anni del Novecento, scomparsa il 15 agosto del 1936 per le conseguenze di un tumore al seno.
Era nata a Nuoro nel 1871 da famiglia agiata, un padre avvocato e imprenditore che però preferisce scrivere poesie in dialetto, una madre intransigente nell’educazione dei figli, due fratelli che malgrado la severità materna faranno entrambi una brutta fine, una sorella morta troppo presto. Poi c’è lei, ben presto attratta dalla letteratura (i suoi primi racconti vengono pubblicati quando era ancora minorenne), coltivata con ostinazione in un mondo, in una terra, dove il patriarcato si faceva sentire forte e chiaro, soprattutto nei confronti di una giovane con certe idee per la testa, figlie di un insopprimibile desiderio di libertà, non solo espressiva.
Nel corso di una formazione favorita anche dalle lezioni di insegnanti privati, in particolare per lo studio delle lingue classiche, tra gli autori maggiormente amati quelli russi, soprattutto Lev Tolstoi e naturalmente Dostoevskij, che sente vicini non solo in quanto, più o meno, contemporanei. Letture per alcuni rintracciabili nella sua scrittura e anche in virtù delle quali, secondo parte della critica letteraria a lei dedicata, la scrittrice sarda costruisce una propria identità narrativa rispetto all’inevitabile accostamento verista, testimoniato tra l’altro dalla prefazione di Luigi Capuana al romanzo La via del male, apparso nel 1896.
Una produzione fervida, quella di Grazia Deledda, dagli esordi sino alla fine, certificata in seguito dalle antologie scolastiche non soltanto con il consueto profilo biografico, al quale solitamente viene aggiunta proprio qualche pagina di “Canne al vento”, datato 1913: se non il migliore, tra i romanzi che meglio descrivono una terra e il suo popolo, la sua bellezza e asperità, grazie alla capacità di saper descrivere con lirica leggerezza l’introspezione di anime solo apparentemente semplici. In questo stesso anno la prima proposta di candidatura al Nobel per la Letteratura che arriverà in seconda battuta nel 1926, giusto un secolo fa, e coronato l’anno successivo, a oggi l’unica donna italiana ad aver ricevuto il prestigioso riconoscimento.
Per questo suona strano, nei novant’anni dalla morte e a un secolo dal Nobel, che nella prova scritta dell’ultimo esame di maturità tra le tracce d’italiano non sia stato trovato spazio anche per lei. Forse sarà stata valutata una scelta troppo pronosticabile, scontata; ma se si considera lo spazio dedicato alle donne nei manuali di letteratura, cresciuto negli anni eppure non ancora adeguato al valore e l’importanza della scrittura al femminile nella storia letteraria italiana moderna e contemporanea, la coincidenza di queste date poteva offrire l’occasione per rendere omaggio a una figura necessaria della nostra cultura nazionale, in alcuni periodi rimossa, in altri rievocata al netto di qualche cautela, in altri ancora rifiutata dai suoi stessi conterranei, per qualche tempo poco inclini ad accettare di buon grado l’analisi (l’autoanalisi) nitida e spietata della sua inconfondibile penna.
Rileggere oggi, ascoltare oggi le parole di Grazia Deledda, la profonda umanità dei suoi protagonisti, delle dame Pintor e del loro servo Efix, di altre donne troppe volte umiliate e offese, suscita ancora fortissime emozioni. Un patrimonio prezioso, da salvaguardare per generazioni future.























