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Il disegno di legge delega sui caregiver familiari, recentemente licenziato dal governo, ha lasciato in gran parte deluse milioni di persone, soprattutto donne, che ogni giorno assistono e curano i propri familiari con disabilità o anziani non autosufficienti.
Nel ddl, oltre al riconoscimento formale della figura dei/delle caregiver c’è ben poco: risorse inadeguate di cui beneficeranno platee estremamente esigue, tutele largamente insufficienti e non s’interviene sulla carenza cronica di servizi.
Tutto questo in un contesto d’inaccettabile arretramento del welfare pubblico che fa sentire lo Stato sempre più lontano alle persone e dai loro bisogni. Quello Stato che, anziché rafforzare il welfare pubblico, scarica definitivamente sulle famiglie, e soprattutto sulle donne, il peso della cura e dell’assistenza.
Da tempo le/i caregiver chiedono tutele vere e servizi territoriali adeguati in un’ottica e pratica d’integrazione tra sanità e sociale. Chiedono servizi di sollievo, sostegno anche psicologico, assistenza adeguata, misure che consentano di conciliare il lavoro per non essere costrette/i a lasciarlo, diritti e coperture previdenziali per poter contare su una pensione dignitosa.
In sostanza, chiedono un sistema strutturato e universalistico di diritti, tutele, servizi di prossimità, assistenza, supporto, sollievo, protezione sociale e previdenziale. Un sistema capace di mettere al centro la dignità delle persone e di chi se ne prende cura.
Ma nel ddl Locatelli la cura e l’assistenza non sono una responsabilità collettiva ma continuano a restare un fatto privato, relegato dentro le mura domestiche dove le famiglie (le donne) continuano a essere lasciate sole.
Assolutamente deludente, e per pochi, anche il contributo economico di massimo 400 euro al mese per caregiver conviventi e con carichi assistenziali totalizzanti di almeno 91 ore settimanali, con un media di 13 ore al giorno (che poi nella vita reale sono spesso 24 su 24) e in condizioni economiche estreme.
Un sussidio inadeguato, per il quale sono previsti criteri estremamente selettivi ed escludenti (dettati dalle poche risorse rese disponibili) e destinato a pochissimi caregiver, al massimo 50 mila persone a fronte di sette milioni di caregiver familiari.
Una situazione analoga a quanto accaduto con la prestazione universale per gli anziani non autosufficienti, annunciata dalla presidente del Consiglio in tv in prima serata, che però di universale non aveva niente visto che ne hanno beneficiato solo 2 mila anziani su quasi quattro milioni di non autosufficienti: lo 0,05 per cento.
Non solo risorse irrisorie e per platee ristrettissime, ma dietro quella scelta c’è ancora una volta la logica cara alla destra della monetizzazione del bisogno, che certifica l’incapacità di rispondere alla carenza cronica di servizi territoriali e l’arretramento del welfare pubblico.
Nella scelta di assistere i propri familiari c’è tanto amore, ma ci sono anche tanta fatica e dolore quotidiano di cui una società inclusiva dovrebbe contribuire a farsi carico, mettendo al centro le persone, a partire da quelle più fragili, la loro dignità, i loro diritti. Essere caregiver deve poter essere una scelta e non una necessità dettata dalla mancanza di alternative. Una scelta che lo Stato dovrebbe accompagnare, sostenere, tutelare, non abbandonare alle tante solitudini.























