“L’industria italiana è arrivata a un bivio. Dopo anni di arretramento produttivo e occupazionale, il Paese rischia di imboccare una strada senza ritorno”. A lanciare l’allarme è il segretario generale della Fiom, Michele De Palma, intervenuto ai microfoni di Collettiva in una lunga intervista dedicata allo stato di salute della manifattura italiana e alle grandi vertenze aperte.

Industria, una questione di sovranità

Il punto di partenza è il dato certificato dall’Istat: dal 2007 a oggi l’industria ha perso circa 700 mila posti di lavoro. Una trasformazione che, secondo De Palma, non può essere letta come una semplice evoluzione economica. “Per anni si è pensato che l’industria non fosse più un elemento centrale delle politiche del Paese. È stato un errore gravissimo. L’industria è la reale sovranità democratica che il lavoro esercita all’interno della Repubblica”.

Per il leader dei metalmeccanici il declino industriale non riguarda soltanto l’occupazione. In gioco c’è la capacità dell’Italia di decidere il proprio futuro. “Perdere l’industria significa perdere sovranità, perdere il senso della propria storia e del ruolo del lavoro nella storia”.

Electrolux e le crisi che attraversano il Paese

Tra le vertenze più delicate, De Palma indica quella di Electrolux, che ha annunciato oltre 1.700 esuberi e la chiusura di uno stabilimento nonostante risultati economici positivi. “Siamo davanti a una scelta inaccettabile. Un’azienda che distribuisce dividendi agli azionisti vuole aumentare i profitti sulla pelle delle lavoratrici e dei lavoratori”, afferma.

Per la Fiom non si tratta soltanto di difendere gli occupati attuali. “Quando si chiude uno stabilimento si cancella anche la possibilità per le ragazze e i ragazzi che studiano negli istituti tecnici e nelle università di contribuire con il proprio lavoro alla costruzione del Paese”.

L’allarme riguarda anche l’automotive, la siderurgia e molte altre filiere strategiche. “Siamo oltre il piano inclinato che dura dagli anni Ottanta. Oggi c’è uno scalino: essere o non essere un Paese industriale”.

La sfida globale tra investimenti e innovazione

Nel ragionamento del segretario Fiom trova spazio anche il confronto internazionale. Rispondendo a chi individua nella Cina la principale minaccia per l’occupazione europea, De Palma sposta l’attenzione sulle scelte delle multinazionali e della finanza globale: “Il problema non è impedire agli investitori cinesi di arrivare in Italia. La questione è stabilire le condizioni”. Per il leader sindacale servono garanzie precise su ricerca e sviluppo, tutela dell’occupazione e presenza pubblica nelle aziende strategiche.

L’industria è anche il terreno decisivo della competizione tecnologica. “L’Europa senza un proprio progetto sull’intelligenza artificiale rischia di non avere una sovranità politica e di civiltà”, sostiene De Palma. “Democrazia economica e tecnologia devono servire a migliorare la società”.

Un sindacato che guarda oltre la fabbrica

Nella video-intervista emerge con forza anche l’idea di sindacato che la Fiom rivendica. Un’organizzazione che si occupa di contratti e salari, ma anche di pace, diritti e giustizia sociale. “Il lavoro è l’atto più politico che una persona compie nella propria vita”, spiega De Palma. “Se ti volti dall’altra parte davanti a Gaza, all’Ucraina o alle morti nel Mediterraneo, finirai per voltarti dall’altra parte anche quando un lavoratore morirà accanto a te sul posto di lavoro”.

Una visione che collega le condizioni materiali del lavoro alle grandi questioni democratiche e sociali del nostro tempo.

I 125 anni della Fiom e la “nostalgia del futuro”

Le celebrazioni per i 125 anni della Fiom saranno l’occasione per riflettere sul ruolo svolto dai metalmeccanici nella storia italiana. Da Livorno partirà un messaggio rivolto soprattutto alle nuove generazioni. “Siamo nani sulle spalle di giganti”, afferma De Palma, ricordando le lotte contro il fascismo, il terrorismo e per la democrazia nei luoghi di lavoro.

Ma il rischio della nostalgia non lo preoccupa. Anzi. “L’unico modo per essere all’altezza di quella storia è avere nostalgia del futuro”, dice. Una formula che racchiude l’idea di un sindacato capace di custodire la propria memoria senza smettere di costruire il domani.

Genova 2001, una battaglia ancora aperta

A venticinque anni dal G8 di Genova, De Palma torna anche su una stagione che ha segnato profondamente la sua generazione. Allora era tra i giovani del movimento dei disobbedienti e proprio in quei giorni incrociò il cammino della Fiom. “Eravamo il movimento che chiedeva un’altra globalizzazione”, ricorda. Una prospettiva che, a suo giudizio, venne soffocata dalla repressione e dall’incapacità della politica di cogliere i segnali che arrivavano dalla società.

“La rabbia è una parola che voglio utilizzare”, afferma. “Noi siamo stati sconfitti in quella battaglia, ma con noi è stato sconfitto il mondo”. Per questo, conclude il segretario generale della Fiom, il sindacato continua a praticare conflitto, contrattazione e mobilitazione. “Il compito di oggi è costruire le condizioni perché le lavoratrici, i lavoratori e le nuove generazioni possano prendersi il loro spazio nella storia”.