Denunciate, denunciate, denunciate. L’appello dell’Inca, il patronato della Cgil, a tutti coloro che si ammalano di Covid in seguito a un contagio sul luogo di lavoro resta lo stesso. Perché il Covid contratto in occasione di lavoro è un infortunio, non è una semplice malattia. L’appello si fa più pressante e accorato, in considerazione del fatto che, nonostante la legge lo preveda e i contagi siano tornati ormai da settimane a numeri esplosivi, la quota di chi denuncia il Covid come infortunio sul lavoro resta una minima parte rispetto al tutto.

L’appello torna a gran voce anche perché chiunque si sia ammalato di Covid sul luogo di lavoro ha tre anni di tempo per denunciarlo come infortunio sul lavoro. Avendo conservato i relativi documenti che provino la positività (il certificato del tampone) e la malattia (il certificato medico), anche chi lo ha contratto nel 2020 e non lo ha denunciato come infortunio può farlo adesso.

(Video a cura dell'Inca nazionale)

Perché è importante? Lo abbiamo chiesto a Sara Palazzoli, del collegio di presidenza dell’Inca Cgil, e ad Alessandra Ambrosco, coordinatrice dell’area tutela e danno alla persona dell’Inca nazionale. “È importante innanzitutto perché stare a casa in seguito a Covid denunciato come infortunio sul lavoro non incide sul periodo di comporto, il tempo durante il quale, in caso di assenza per malattia o per infortunio, il lavoratore ha diritto a conservare il posto di lavoro. Se si supera tale periodo si rischia il licenziamento per giusta causa. Ed è importante perché il Covid dà spesso luogo a conseguenze, a volte gravi e prolungate nel tempo, anche se si torna negativi. È il cosiddetto long Covid, di cui si sa ancora molto poco, ma che di fatto può portare ad altri periodi di riposo a casa.

In più se si denuncia l’infortunio sul lavoro, l’Inail si occuperà di tutto e coprirà ogni spesa e continuerà a coprirla anche qualora ci siano i postumi e fino a quando sia dimostrata l’inabilità temporanea assoluta di lavoro. Ce ne sono tanti, spesso, di effetti postumi: psicologici oltre che fisici, di natura cardiaca piuttosto che respiratoria. Anche cronici. Il problema è che se il lavoratore non ha denunciato all’inizio il Covid come infortunio sul lavoro, non potrà poi vedersi riconosciuti come tali i postumi.

Questa partita – sottolineano le dirigenti dell’Inca Cgil – è a carico dell’Inail, non dell’Inps. I contributi dei lavoratori non dovrebbero essere utilizzati per pagare gli infortuni sul lavoro, che dovrebbero essere invece coperti da quelli dell’Inail. E a chi teme ritorsioni o malumori da parte dell’azienda, diciamo: alla vostra azienda non aumenta il premio e non ci sono sanzioni, anche nel caso in cui la denuncia avvenga in ritardo”.

Il consiglio, per chiunque voglia denunciare l’infortunio sul lavoro, sia che si contagi oggi, sia che abbia avuto il Covid dal 2020 a oggi, è quello di rivolgersi all’ufficio più vicino dell’Inca Cgil. Lì riceverà tutta l’assistenza di cui ha bisogno, sia nel caso in cui la presunzione di infortunio sul lavoro sia semplice (lavoratori della sanità o addetti alle casse di un supermercato, per fare qualche esempio), sia che sia tenuto a dimostrare l’origine lavorativa del contagio. Non dimenticando che anche il contagio in itinere, nel viaggio casa-lavoro o lavoro-casa sui mezzi pubblici, può essere denunciato come infortunio sul lavoro. Rivolgendosi al patronato Inca si potrà accedere alla tutela Inail, senza dimenticare che il riconoscimento dell’infortunio sul lavoro da Covid ti permette di ottenere un indennizzo economico per il periodo di non lavoro e un eventuale risarcimento economico per il danno subito e i postumi del contagio.

Il primo passo è scrivere a questo indirizzo e-mail: tutela.covid@inca.it, una mail gestita direttamente dall’Inca Cgil nazionale. Il consiglio resta lo stesso: denunciate, denunciate, denunciate.