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Puglia

A Torre Antonacci la mafia dei ghetti

Lello Saracino
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Non basta cambiare nome a un ghetto per trasformarlo in un luogo dignitoso. Le condizioni dei braccianti che vivono tra Foggia e San Severo non è migliorata con gli anni: esposti a sfruttamento lavorativo, in condizioni malsane e preda della criminalità e dei caporali. La Flai Cgil di Foggia porta il caso alla Procura della Repubblica

Qualcuno ha pensato potesse bastare il cambio di toponimo per ripulirlo dallo stigma di luogo dove ogni diritto è sospeso. Così, quel che un tempo era conosciuto come il “gran ghetto”, insediamento spontaneo nato più di vent’anni fa nella sterminata pianura tra Foggia e San Severo, cresciuto fino a ospitare quattromila persone nei periodi estivi, ha preso da qualche anno il nome della località su cui insiste, Torretta Antonacci. A non essere mutate sono le condizioni malsane di vita cui sono costretti quasi mille lavoratori stranieri, dentro baracche o in container, soprattutto l’assoggettamento ai caporali e lo sfruttamento lavorativo. Un luogo che nemmeno dovrebbe esistere, sgomberato con le ruspe nel 2017. L’effetto è stato lo spostamento di una larga parte di residenti verso l’insediamento spontaneo di Borgo Mezzanone, a dieci chilometri dal capoluogo che è diventato oggi il “ghetto” più popoloso della Capitanata. Ma altri migranti hanno impiegato pochi giorni a ritirare su baracche in legno e cartone anche lì dove sorgeva il “gran ghetto”, salvo cambiare il toponimo. Un luogo che le retoriche di qualcuno – ha ricordato Antonio Gagliardi, segretario generale della Flai Cgil di Puglia, vorrebbe di autogestione e solidarietà. Lo stesso luogo dove un lavoratore è stato picchiato nottetempo per aver rivendicato dal proprio caporale la paga piena versata dall’imprenditore e in parte trattenuta dall’aguzzino. Una denuncia raccolta dalla Flai di Foggia anche in un video che sarà consegnato alla Procura della Repubblica.

Arrivato in provincia di Foggia nel 2020 da Torino, ha dovuto pagare 150 euro per vedersi assegnato un posto letto in uno dei moduli abitativi messi a disposizione dalla Regione Puglia dopo l’incendio che aveva distrutto numerose baracche l’anno precedente. È drammatico il racconto del bracciante che si è ribellato a un sistema che lui stesso definisce mafioso. L’intermediazione dei caporali, il trasporto su furgoni dove salivano anche in venti oltre ogni limite di sicurezza, la giornata lavorativa che poteva protrarsi anche per undici ore. Dei cinque euro l’ora pagati dall’imprenditore il caporale, stando alla denuncia, ne tratteneva uno. Se non ti sta bene vai via, gli hanno detto. Nessuno deve e può ribellarsi, dare il “cattivo esempio”. Per questo una notte, afferma nella sua denuncia, sono entrati in quattro nel container dove dormiva e l’hanno picchiato fino a provocargli traumi refertati in Ospedale.

“È evidente come a Torretta Antonacci si siano riprodotte le solite strutture di potere che caratterizzano questi ghetti, vige un clima di terrore”, denuncia la Flai foggiana. “Serve immediatamente un interesse delle istituzioni, che ponga fine a questo sistema e si faccia carico responsabilmente dell'accoglienza di questi lavoratori. Quanti dovranno ancora subire in silenzio, quanti saranno ancora minacciati, picchiati e sfruttati prima che qualcuno si interessi alle loro condizioni di vita e di lavoro?”. Un invito rilanciato dalla Flai regionale: “Le istituzioni, in primis magistratura e forze dell’ordine, devono monitorare quanto accade a Torretta Antonacci al pari di Borgo Mezzanone. Sappiamo quanto impegno le istituzioni stanno dedicando per estirpare questo fenomeno, prova ne sono le numerose inchieste e arresti di questi ultimi due anni. Il caporalato è un pezzo dell’emergenza criminale che vive la Capitanata”, che spesso fa da cerniera tra gli interessi di mafie indigene e quelle, come l’ascia nera nigeriana, che le inchieste hanno fatto emergere come presente nei ghetti del foggiano, dedita allo spaccio come allo sfruttamento della prostituzione. A Torretta Antonacci negli anni ci sono stati incendi, risse, accoltellamenti. Qualcuno ha provato con metodi intimidatori a impedire l’accesso al ghetto alla Flai Cgil così come agli operatori della Caritas o ai medici di InterSos, “quasi come se quel campo dovesse essere un territorio sotto il controllo indisturbato di qualcuno”.