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Digital job

Microlavoratori, invisibili e sottopagati

Foto: Fancycrave.com (da www.pexels.com)
P. P.
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Sono milioni nel mondo, in Asia, Africa, Sud America, le persone che per pochi centesimi svolgono compiti di intelligenza umana, piccole mansioni che le macchine non sono in grado di fare da sole. Un fenomeno in crescita anche in Europa, per alcuni studiosi una forma estrema di smart working

Identificare gli oggetti in una foto o in un video, trascrivere registrazioni audio, abbinare prodotti simili in un catalogo di e-commerce, eseguire la duplicazione dei dati, rispondere a questionari on line. Sono alcuni esempi di hit, Human Intelligence Task, ovvero compiti di intelligenza umana: piccole mansioni di cui hanno bisogno per lo più le aziende e le istituzioni pubbliche dedite alla ricerca, che però le macchine, i computer, non sono in grado di eseguire da sole. E che oggi vengono svolte dagli esseri umani, utenti di piattaforme digitali come Amazon Mechanical Turk, lanciata nel 2005, Clickworker, Microworkers. Si tratta di lavoratori reclutati in massa che svolgono attività standardizzate e a bassa qualificazione, minilavori che durano da 5 minuti in su, remunerati con compensi miseri, da pochi centesimi a qualche euro. I portali, veri e propri marketplace dove cercare e offrire lavori estemporanei, prelevano una commissione per ogni transazione, di solito il 20 per cento, anche se esistono forme di microlavoro non remunerate.

“Le piattaforme digitali sono centinaia, i lavoratori diversi milioni disseminati in tutto il mondo, Asia, Africa, Sud America – spiega Antonio Casilli, sociologo, docente dell’Istituto Politecnico di Parigi e autore del volume ‘Schiavi del clic’, Feltrinelli editore -. In Francia, dove abbiamo realizzato un’inchiesta, abbiamo stimato siano 260mila, mentre in Italia non sappiamo se esistono realtà organizzate. Quello che ci risulta è che da quando è iniziata la crisi da Covid-19 sono aumentati del 30 per cento gli europei che si sono iscritti a questi portali e hanno iniziato a fare lavoretti”.

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Ma perché svolgere compiti che vengono pagati così poco? Se vivi in Bangladesh e guadagni una manciata di dollari, raggranellarne altri 10-15 a fine mese può fare la differenza. “In Italia ho incontrato persone che da Milano se ne sono tornate al Sud, in zone rurali dove il costo della vita è basso – spiega Casilli -. Se non hai spese per i trasporti o per altre cose non necessarie, ti puoi accontentare di salari più bassi, 5-600 euro al mese: anche in questo caso, con un dollaro al giorno i più arrotondi”. Una remunerazione delle prestazioni fatta di spiccioli, che nel corso degli ultimi anni non è mai stata modificata: nel 2017 il guadagno di un microworker era di due dollari l’ora in media. Naturalmente senza contributi né versamenti di legge, che le piattaforme non pagano.

Alla domanda se si può davvero definire lavoro una mansione, una hit, utenti e ricercatori insistono nell’affermare che si tratta di un servizio sviluppato da un gigante tecnologico che esternalizza alcuni processi produttivi per ridurne i costi. Quindi è lavoro, anche perché crea valore. Mentre i colossi, per lo più americani e australiani, definiscono queste attività come “extralavoro” o ludiche, e anche le interfaccia dei servizi sono progettate per dare agli utenti l’esperienza di essere in un social network. Vero è che gli esperti vedono nel microlavoro una forma estrema di smart working, l’anticamera di una totale trasformazione di tutti i lavoratori: da qui a una generazione, le aziende potrebbero rendersi conto di non aver più bisogno di dipendenti a cui pagare contributi e assicurazione, ma decidere di servirsi solo di freelance, facilmente reperibili sulle piattaforme, a cui affidare compiti semplici e parcellizzati, da retribuire a botte di centesimi.