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Ex Embraco

Un problema di liquidità

Lotta contro il tempo, ultime speranze per Embraco
Roberto Greco
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Il piano per la creazione del polo italiano di elettrodomestici è fermo: lo stabilimento di Acc Wanbao, pur avendo aumentato la produzione, rischia la chiusura per mancanza di disponibilità finanziarie e di un acquirente. La Fiom: “Il governo intervenga al più presto per trovare una soluzione"

Il progetto di rilancio esiste ed è importante, perché fa parte della nuova strategia del governo in tema di politiche industriali, con aiuti concreti alle imprese, non solo sotto forma di incentivi e defiscalizzazioni, ma attraverso la partecipazione diretta dello Stato nei pacchetti azionari delle società: l’ex Embraco è uno dei gruppi coinvolti, con un piano finalizzato alla creazione di un polo per la produzione di motori e compressori per elettrodomestici italiani. La strada è tracciata, e il progetto dovrebbe prendere il via a luglio prossimo, ma gli intoppi sono tanti.

“Il piano prevede una struttura a maggioranza pubblica, attraverso cui s’inserirà nel mercato, ma va implementato, perché, allo stato attuale, è pura teoria. Si tratta di una scelta duratura di politica industriale, che, come sindacato, giudichiamo positiva, perché punta a recuperare due stabilimenti produttivi, quello di Riva di Chieri (Torino) e l’altro di Acc Wanbao di Belluno”, afferma Ugo Bolognesi, della Fiom di Torino.

Obiettivo del nascente progetto, un nuovo polo tutto italiano per la produzione di compressori, il cui mercato finora è stato pressochè totalmente - al 94% -  in mani cinesi. “Quella che si prospetta, è una sorta di stravolgimento totale - spiega il dirigente sindacale -: dopo vent’anni di delocalizzazioni a pioggia, i grandi player di produzione di elettrodomestici si sono accorti che la filiera corta non funziona più e che, al contrario, conviene ritornare all’elettrodomestico fatto interamente in Italia.

Il piano nasce dall’idea di costituire una nuova società, Newco Italcomp, che per i primi cinque anni avrà capitale a maggioranza pubblica, mediante l’ingresso di invitalia al 40%. Un altro 21% di risorse lo metteranno le due Regioni interessate - Piemonte e Veneto -, mentre il restante 39% proverrà da capitali privati (di banche, clienti, fornitori, fondi, società interessate). Gli investimenti complessivi previsti sono pari a 56 milioni, di cui 18 a Riva di Chieri e 28 a Belluno. La produzione iniziale sarà di sei milioni di compressori l’anno per lavatrici e frigoriferi, destinati ai colossi del freddo in Europa. Ma una parte di attività potrà essere riservata alla micromobilità urbana – biciclette e monopattini elettrici -, il cui mercato è in espansione grazie anche agli incentivi statali.  

Per il momento, però, è ancora tutto sulla carta e vari ostacoli si frappongono alla partenza di tutta l’operazione. Lo stabilimento torinese è vuoto e i suoi 400 addetti sono tutti in cassa integrazione (fino a luglio prossimo), mentre quello veneto, pur lavorando a pieno ritmo i suoi 310 addetti, è dal marzo scorso in amministrazione straordinaria e avrebbe dovuto già iniziare a gennaio la fase di passaggio di attività, con l’installazione dei macchinari, ma sono sopravvenute delle grosse difficoltà.

“E’ una situazione paradossale – sostiene Stefano Bona, segretario Fiom di Belluno -, perché l’azienda ha ordini di gran lunga superiori a quelli degli anni passati: parliamo di 250.000 pezzi prodotti negli ultimi tre mesi, che arriveranno a due milioni e mezzo a fine anno, una performance mai così positiva nell’ultimo decennio!” Insomma, non stiamo parlando di un’impresa decotta, ma di una società assai viva sul mercato, che potrebbe far parte di una piattaforma europea in partnership con i big dell’industria del freddo, quali Bosch ed Electrolux. “Il problema – continua il sindacato - è che non ha liquidità, neanche un centesimo per pagare i fornitori e rifornirsi di materie prime. Stando così le cose, e in mancanza di un acquirente sul mercato, c’è il rischio che la newco Italcomp muoia sul nascere”.

Stando alla legge 270/1999 (la cosiddetta Prodi bis), a partire da marzo 2021, ci saranno ulteriori sei di tempo per trovare un eventuale compratore, poi per Acc Wanbao scatterà la mannaia del fallimento. “C’è rimasto poco tempo a disposizione – osserva Bona -. Perciò, il Mise deve muoversi, perché se Italcomp nasce con Acc chiusa crolla tutto. Il nodo è che a fine gennaio le disponibilità finanziarie di Acc saranno finite. Il commissario Castro va avanti anticipando i pagamenti sulle forniture dei clienti, ma l’escamotage non può durare a lungo”.

“A questo punto – prosegue il sindacalista -, una soluzione potrebbe essere quella di anticipare la nascita di Italcomp da subito, anziché aspettare fino a luglio, Oppure, si faccia ricorso a un prestito da parte di una banca di sistema, che, garante il Governo, fornisca i soldi ad Acc: una volta che la nuova società sarà decollata, la Newco stessa restituirà il dovuto, oppure la banca di sistema entrerà a far parte del capitale azionario di Italcomp. Altra eventualità, una grande azienda di Stato, ad esempio Fincantieri, potrebbe avviare una cessione di ramo d’azienda comprando Acc, per poi cederla a Italcomp. Ulteriore possibilità, il ricorso ai dodici milioni di aiuti europei, ma su questo capitolo gravano altre incognite”.  

Un passaggio importante è già avvenuto a dicembre, quando la richiesta di finanziamento corrente dello stabilimento Acc Wanbao è stata sottoposta al vaglio dell’Unione europea. Da Bruxelles non è arrivata una risposta esaustiva, in quanto i commissari Ue hanno chiesto ulteriori chiarimenti al Governo italiano. Qualora dall’Unione arrivasse un parere negativo, configurandosi l’ipotesi di aiuti di Stato, lo stesso Mise si è dichiarato pronto a trovare delle soluzioni alternative. “A questo punto – conclude Bolognesi -, il nostro Esecutivo deve intervenire al più presto. Abbiamo chiesto la convocazione urgente di un tavolo nazionale al Mise e siamo in attesa di una risposta”.