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Dove il lavoro è già in «fase due»

Dove il lavoro è già in «fase due»
Foto: lavoratrice feltrinelli covid_13926.jpg
Fabrizio Ricci
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Alla Michelin di Cuneo, tra termoscanner e mascherine autoprodotte, alle acciaierie di Terni dove senza docce non si può stare, tra gli scaffali delle librerie in mezzo all'ansia dei lavoratori e in Fincantieri dove fanno navi da guerra ma oggi è sciopero

Quando partirà la fase due? Domanda ormai ricorrente, che tutti si fanno, che riempie notiziari e pagine dei giornali e fa litigare la politica. Ma mentre ci si scontra nei talk-show, ci sono moltissimi lavoratori che nella fase due, volenti o nolenti, sono già entrati. Sono quelli delle attività essenziali, che in realtà non si sono mai fermati, e ora anche quelli della “ripartenza anticipata”, delle tante aziende che in virtù dell’allargamento dei codici Ateco da parte del governo o grazie al via libera delle varie prefetture (per lo più con il silenzio assenso), si sono già rimesse in moto.

Aziende come la Michelin di Cuneo, grande fabbrica di pneumatici con i suoi 2270 dipendenti diretti più alcune centinaia di somministrati, che dopo lo stop imposto lo scorso 17 marzo ha riavviato parzialmente la sua attività il 7 aprile, per poi intensificarla fino a rimettere al lavoro circa il 40% degli addetti. "Attualmente facciamo le gomme per le ambulanze e le forze dell'ordine – ci spiega Ezio Chiappello, operaio manutentore e rappresentante sindacale della Filctem Cgil – e credo di poter dire che abbiamo messo in campo tutto quello che potevamo per lavorare in massima sicurezza”.

Chiappello non nasconde la sua soddisfazione per il lavoro che come Rsu, insieme agli Rls (i rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza) è stato fatto, di concerto con l'azienda. Prima di tutto si è limitato fortemente il numero di lavoratori rispetto alla normalità (siamo intorno agli 8-900 al giorno) il che consente di mantenere bassi i livelli di compresenza nei quattro turni. Poi, sono state adottate una serie di misure specifiche: “Abbiamo la rilevazione della temperatura all'ingresso per tutti i lavoratori, anche con l'uso di termoscanner. Abbiamo lavorato molto sugli spogliatoi, ampliando gli spazi e garantendo le distanze tra gli armadietti. La mensa aziendale ora ha ingresso e uscita separati, e in tutti i reparti ci sono disinfettanti per il lavaggio delle mani, così come, naturalmente, mascherine, guanti e tutto il resto”.

Anzi, le mascherine e i disinfettati, a partire da maggio, alla Michelin di Cuneo se li produrranno in casa: “È un'altra soluzione concordata con l'azienda che ci consentirà di non dipendere dal mercato – spiega ancora Chiappello - rischiando magari di restarne sprovvisti. Per questo come sindacato abbiamo messo a disposizione la nostra sala riunioni, che comunque al momento non potremmo utilizzare”. C'è però un elemento di criticità, quello delle docce. “Noi sconsigliamo vivamente ai lavoratori di farsi la doccia in fabbrica – ci dice ancora Ezio Chiappello – perché è evidente che quello è un ambiente esposto a rischi. Tuttavia, ci sono alcuni colleghi, in particolare quelli del reparto Z che fanno le mescole, che sono obbligati per legge a farla. Per loro l'azienda ha messo a disposizione un kit per disinfettare tutto l'ambiente prima di lavarsi”. Quello delle docce non è un problema isolato.

Alle acciaierie Ast di Terni, dove gli operai sono spesso sottoposti a temperature elevatissime davanti ai forni in cui si fonde l'acciaio, le docce sono attualmente chiuse. “Dopo otto ore di lavoro, con tuta, elmetto, mascherina e occhiali uscire senza potersi lavare è un problema serio – ci spiega Massimiliano Catini, operaio e delegato Fiom nella fabbrica targata ThyssenKrupp – Al tempo stesso sappiamo che le docce 'pollaio' come le nostre in questa fase sono pericolose. Ma se, come tutti ci dicono, dobbiamo imparare a convivere con il virus, allora va trovata una soluzione al più presto”.

Alle acciaierie ternane, 2300 dipendenti diretti e più o meno altrettanti nelle ditte terze, la “fase due” è in pieno svolgimento: l'azienda è ripartita da una settimana, con l'ok della prefettura, nonostante i dubbi e le preoccupazioni del sindacato. “Ormai – continua Catini – direi che possiamo persino parlare di fase tre, infatti, da questa settimana saremo quasi a pieno regime e gestire la fabbrica così non è mai stato semplice, neanche in condizioni normali, figuriamoci con un'emergenza sanitaria che non è affatto finita”. Certo è che in Ast, così come alla Michelin di Cuneo e in tante altre grandi e medie aziende, il lavoro quotidiano e “sfiancante” di Rsu e Rls ha garantito standard di sicurezza tutt'altro che scontati in una prima fase. “Fosse stato per Thyssen – conclude Catini – con la chiusura della mensa saremmo stati apposto. Poi abbiamo fatto sciopero e allora le cose sono cominciate a cambiare”.

Un ragionamento simile a quello che devono aver fatto alla Fiom di Genova, proclamando proprio per oggi, lunedì 20 aprile, 8 ore di sciopero alla Fincantieri di Riva Trigoso. “L'azienda ha deciso di ripartire, ma per noi non ci sono le condizioni sufficienti a garantire la piena sicurezza dei lavoratori e del territorio”, ci dice Paolo Davini, il sindacalista che per la Fiom segue la fabbricaUna fabbrica – è bene ricordarlo – dove si fanno navi da guerra, “non proprio un bene essenziale in questo momento”, rimarca Davini. Ma il punto è anche un altro: “I dipendenti diretti sono 250, con l'indotto si arriva a 400 persone, che vengono da tante parti della Liguria – sottolinea il sindacalista - e quasi tutti con mezzi pubblici. Centinaia di individui che entrano in un paese di poco più di 3000 abitanti. Non c'è da stupirsi se il sindaco è più preoccupato di noi”.

Da qui la decisione di proclamare lo sciopero, “che serve a proteggere i lavoratori, ma anche la cittadinanza – spiega ancora Davini – e non è certo una scelta ideologica perché a nessun lavoratore fa piacere perdere una giornata. Lo dimostra il fatto che in tante altre realtà che sono ripartite abbiamo fatto buoni accordi e si sta lavorando in sicurezza. Come ha detto il nostro segretario Maurizio Landini, oggi più che il quando conta il come ripartire”.

Ne sanno qualcosa le lavoratrici e i lavoratori delle librerie, che dalla scorsa settimana hanno avuto il via libera del governo per la riapertura. “Sono stati giorni pesanti di ansia collettiva, perché non ci si aspettava questa accelerazione improvvisa in una situazione che è ancora di grande incertezza”, confida a Rassegna Federico Antonelli, che per la Filcams Cgil segue il settore. “E poi le aziende hanno reagito come al solito in modo differente, qualcuna ha riaperto subito già da martedì scorso, senza badare tanto a protocolli e strategie concordate – continua Antonelli – altre invece hanno preso più tempo e ragionato con noi sulle misure da mettere in atto”. Alla Feltrinelli, ad esempio, è stato fatto un lavoro importante, come ci racconta Saura Milani, lavoratrice e coordinatrice sindacale nella catena: “All'inizio non nascondo che la riapertura ci ha spaventati non poco. Bisogna tenere conto che il nostro è un lavoro particolare, c'è un'interazione molto forte con il cliente ed è normale il contatto fisico. Quindi è stato fondamentale prevedere una serie di misure che garantissero la sicurezza di tutti noi e della clientela stessa. È stato un lavoro faticoso per noi Rsu e Rls, abbiamo anche dovuto puntare i piedi, ma penso che alla fine i colleghi abbiano apprezzato lo sforzo”.

Ecco allora che per entrare in Feltrinelli ora è obbligatorio indossare la mascherina e anche i guanti: “Se i clienti hanno già i loro – spiega ancora Milani – sono tenuti a sanificarli, altrimenti li forniamo noi”. E poi, ingresso in numero contingentato, in base alla metratura del negozio, e, naturalmente, un po' di buon senso: “Non si può girare mezzora per gli scaffali come si faceva prima, ma questo i clienti lo sanno da soli e finora devo dire che si sono comportati bene”. Resta però una nota di amarezza: “La nostra è stata presentata come una riapertura fortemente simbolica – conclude MIlani – le librerie, hanno detto, sono luoghi essenziali, perché producono cultura. Ma allora perché in tutti questi anni ci hanno trattato a pesci in faccia? Non è che passata l'emergenza libri e cultura saranno di nuovo dimenticati?”.