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Prima la salute, sciopero in Amazon

Prima la salute, sciopero in Amazon
Patrizia Pallara
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Distanze non sempre rispettate, mancano mascherine e guanti. I lavoratori italiani del colosso delle spedizioni hanno quindi deciso di dire basta. Stop a Piacenza. Scacchetti (Cgil): “La produttività e il profitto non vengono prima della sicurezza”

Le distanze di sicurezza non sempre vengono rispettate, mancano le mascherine, i guanti e spesso anche i disinfettanti per pulire le postazioni e ridurre al minimo le possibilità di contagio. La denuncia arriva dai lavoratori e dalle lavoratrici Amazon di Castel San Giovanni (Piacenza), Torrazza Piemonte (Torino), dove c’è stato un caso di positività al Covid-19, e Passo Corese (Rieti), che dopo le prime rassicurazioni dell’azienda e qualche intervento non certo risolutivo, hanno deciso di dire basta. E hanno indetto uno sciopero a oltranza nello stabilimento di Piacenza partito lunedì sera, e l’astensione dal lavoro per violazione dell’articolo 44 del testo unico sulla sicurezza in quelli di Torrazza e Passo Corese.

“La multinazionale dell’e-commerce continua a non garantire le giuste tutele – dichiara la segretaria confederale della Cgil Tania Scacchetti –. L’impresa antepone la produttività e il profitto alla salvaguardia della sicurezza personale dei dipendenti. Forti del Protocollo firmato con governo e Confindustria, assieme a Cisl e Uil abbiamo chiesto ad Amazon di confrontarci per valutare quali attività siano realmente a rischio e quali possano essere temporaneamente sospese, ma abbiamo riscontrato un atteggiamento di totale chiusura che pare ignorare il dramma collettivo”.

Negli stabilimenti italiani del colosso, che negli Stati Uniti ha annunciato 100 mila nuove assunzioni per fare fronte al boom della spesa online, la paura del contagio è palpabile. I dipendenti la vivono ogni giorno da settimane, ogni minuto della giornata. Quando si cambiano negli spogliatoi, quando prendono possesso della loro postazione, quando si incontrano per consegnare il materiale o ancora quando sono in fila per andare in bagno, tutti in contemporanea durante la pausa. La paura poi si porta a casa, dai mariti, dalle compagne, dai figli. E probabilmente diventa senso di colpa e terrore, se si dovesse essere trovati positivi.

“Già nei giorni scorsi diversi dipendenti avevano preso ferie e permessi, perché la sicurezza non era garantita – racconta Elisa Barbieri, Filcams Cgil Piacenza –. Ma adesso abbiamo deciso di indire lo sciopero, uno sciopero anomalo, senza presidio e senza volantinaggi: l’azienda ha adottato poche misure, parziali e in ritardo. Oltre a quello che è scritto sul protocollo qui a Piacenza dovrebbe esserci un’attenzione in più perché la situazione contagi è davvero fuori controllo”. E infatti il senso dell’accordo sottoscritto con governo e parti sociali è proprio questo: non un ostacolo da aggirare, ma uno strumento in mano alle aziende per coniugare la tutela della salute dei propri dipendenti con la necessità, se ci sono le condizioni, per dare continuità al servizio.

“Continuiamo a ricevere telefonate di lavoratori che segnalano la violazione delle regole, negli spazi piccoli e in alcuni reparti – spiega Lucia Santangelo, Nidil Cgil Torino –. Nel sito di Torrazza abbiamo indetto lo stato di agitazione e l’astensione dall’attività, un diritto che hanno i dipendenti sia diretti che in somministrazione, in caso di emergenza e di pericolo grave, senza subire per questo alcuna conseguenza”. Dal Nidil di Passo Corese ricordano inoltre che il contratto collettivo della somministrazione prevede che, in caso di inadempienza sulla sicurezza da parte dell’azienda utilizzatrice, il lavoratore ha comunque diritto alla retribuzione.

“Chiediamo ad Amazon di aprire subito un confronto serio in tutti i siti – conclude la segretaria confederale Scacchetti –, coinvolgendo le imprese che tramite i loro driver garantiscono le consegne, e di dare priorità al trasporto di merci di prima necessità, generi alimentari, approvvigionamenti sanitari e farmacologici. Nessun ordine spedito nei tempi vale il rischio di un contagio per chi deve provvedere a evaderlo e consegnarlo”.