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La Cgil attacca duramente il Governo sulla gestione del cosiddetto decreto sicurezza, chiedendo di fermarne l’iter di conversione e di riaprire un confronto “vero” in Parlamento e con le parti sociali.
“La Cgil giudica sta accelerando la conversione del cosiddetto decreto sicurezza”, si legge in una nota, in cui il sindacato denuncia una compressione dei tempi del dibattito su un provvedimento che incide su “diritti fondamentali e libertà costituzionali”.
Il richiamo del Csm e il nodo del Parlamento
Nel mirino della confederazione c’è anche la scelta dell’esecutivo di procedere senza un confronto approfondito, nonostante i rilievi istituzionali. “I rilievi espressi dal Consiglio superiore della magistratura devono essere attentamente valutati”, sottolinea la Cgil, parlando di “considerazioni autorevoli” che riguardano temi centrali come la libertà personale e l’equilibrio tra prevenzione e diritti.
Proprio per questo, aggiunge il sindacato, “risulta ancora più grave la scelta del Governo di procedere con un calendario forzato, riducendo gli spazi di confronto”. Un’accelerazione che, secondo la Cgil, rischia di svuotare il ruolo delle Camere: “Non è accettabile mortificare il ruolo del Parlamento, né ridurre la Camera a un passaggio sostanzialmente formale”.
“Una logica repressiva che criminalizza il dissenso”
Nel merito, il giudizio resta “nettamente negativo”. Per la Confederazione, il decreto ripropone un’impostazione già vista: “ancora una volta si scelgono risposte di natura repressiva per affrontare questioni sociali complesse”, con il rischio concreto di “criminalizzazione del dissenso”.
La Cgil denuncia un impianto che “confonde la sicurezza con l’inasprimento delle misure punitive”, ampliando strumenti preventivi e comprimendo spazi di libertà “senza intervenire sulle cause strutturali dell’insicurezza sociale”.
Particolarmente critiche le norme che riguardano il diritto di manifestare e l’agibilità democratica e sindacale: “misure preventive fondate sul sospetto, estensione di strumenti interdittivi anche in assenza di condanne definitive, ampliamento delle cosiddette 'zone rosse'”. Secondo il sindacato, si tratta di scelte che “colpiscono il conflitto sociale invece di affrontarne le ragioni”.
Un’idea diversa di sicurezza
La Cgil contrappone a questa impostazione un’idea di sicurezza fondata su diritti e welfare: “La sicurezza di cui il Paese ha bisogno è di segno opposto, lavoro stabile e dignitoso, reddito, diritto alla casa, sanità pubblica, scuola, qualità dei servizi e coesione sociale”. Non, dunque, “comprimendo diritti e libertà, né trasformando il disagio sociale in una questione di ordine pubblico”.
Il sindacato richiama anche il segnale arrivato dalle piazze e dalle mobilitazioni degli ultimi mesi: “centinaia di migliaia di persone hanno manifestato contro le misure di questo Governo”, chiedendo “partecipazione e democrazia” e la piena applicazione della Costituzione.
“Fermare il decreto e aprire il confronto”
Non manca, infine, una critica politica più generale all’esecutivo, accusato di non saper ascoltare. “Registriamo una evidente incapacità di ascolto da parte dell’esecutivo”, afferma la Cgil, collegando questa chiusura a una “forte crisi di consenso”.
Da qui la richiesta conclusiva: “chiediamo di fermare la conversione del decreto, restituire centralità al Parlamento e aprire un confronto vero con le parti sociali”. Una linea che il sindacato intende portare avanti nelle prossime settimane, dentro e fuori le istituzioni.


























