E anche questa è stata bocciata. La proposta unitaria sulla settimana corta a parità di salario, avanzata da una cordata di partiti dell’opposizione, Avs, M5S e PD, è stata rigettata dall’aula dalla Camera. Il motivo ufficiale? I rilievi della Ragioneria generale dello Stato, secondo la quale mancherebbero le coperture economiche.

Mai a favore del lavoratore

Dopo la legge sul salario minimo che non introduce nessuna paga oraria, dopo la proposta sul congedo parentale paritario affossata dalla commissione Bilancio di Montecitorio, ora è toccato a quella che voleva introdurre una sperimentazione triennale di riduzione oraria affidata alla contrattazione.

Il parlamento, forte del parere del governo, non ne vuole sapere di norme che favoriscono il lavoratore, che possono migliorare la condizione di vita dei cittadini, che agevolano milioni di famiglie. E quindi le boccia senza neppure discuterle. Come è successo a quest’ultima.

Non si vuole discutere

“Si conferma il fatto che la maggioranza parlamentare e il governo non intendono discutere nel merito nessuna proposta di legge dalle opposizioni che parli di lavoro – commenta Nicola Marongiu, responsabile area contrattazione, politiche industriali e del lavoro della Cgil – È successo sul salario minimo e succede di nuovo adesso con questa proposta, che peraltro non prevedeva una riduzione secca dell’orario, ma incentivi nelle realtà dove si fossero raggiunti accordi utili alla riduzione dell’orario. Non c’è alcuna disponibilità a ragionare con le forze di opposizione e neppure con le forze sociali”.

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La proposta

La proposta prevedeva una progressiva riduzione dell’orario di lavoro normale, da 40 fino ad arrivare a 32 ore settimanali a parità di salario, attraverso la stipulazione dei contratti collettivi nazionali, territoriali e aziendali, anche nella forma di turni distribuiti su quattro giorni.

Ai datori di lavoro privati, con esclusione del settore agricolo e del lavoro domestico, che avrebbero applicato la riduzione sarebbe stato riconosciuto un esonero dal versamento dei contributi previdenziali dal 30 al 50 per cento per 36 mesi.

Il referendum

La proposta di contratto per la riduzione dell’orario di lavoro raggiunta dalle rappresentanze sindacali territoriali aderenti alle organizzazioni comparativamente più rappresentative, dalle rappresentanze aziendali o da almeno il 20 per cento dei lavoratori dipendenti, doveva poi essere sottoposta all’approvazione del personale attraverso un referendum.

Altre novità, un incremento della dotazione del fondo nuove competenze e l’istituzione di un osservatorio nazionale sull’orario di lavoro, con il compito di monitorare le caratteristiche e gli effetti economici dei contratti collettivi che prevedono riduzioni dell’orario.

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Come t’affosso la proposta

Per affossare la proposta, l’iter seguito è stato tortuoso. Il testo "Disposizioni per favorire la stipulazione di contratti volti alla riduzione dell’orario di lavoro", sette articoli depositati a Montecitorio il 1° ottobre 2024, era stato rinviato all’esame della commissione Lavoro a febbraio 2025. Un escamotage per prendere tempo.

Dopo il parere negativo della Ragioneria generale dello Stato, che aveva rilevato la mancanza di coperture, qui la maggioranza aveva approvato sette emendamenti soppressivi. Anche la commissione Bilancio, l'organismo di Montecitorio che analizza i provvedimenti dal punto di vista finanziario, aveva espresso parere contrario. E così l’Aula, approvando i sette emendamenti, l’altro giorno ha fatto decadere il testo.