L'epidemia di Covid-19 in Umbria è come uno “tsunami”. Il termine, che non lascia spazio ad interpretazioni, lo ha usato Antonio Onnis, commissario straordinario per l'emergenza sanitaria della regione. Regione che, a differenza della prima ondata di marzo-aprile, sta vivendo una fase di estrema criticità. L'Umbria è infatti ai primi posti, se non proprio al primo, per tasso di saturazione delle terapie intensive, ormai oltre la soglia d'allarme. E questo perché nella regione il rapporto tra posti letto di rianimazione e popolazione è tra i più bassi d'Italia (7,9 letti per 100mila abitanti), con soli 76 posti disponibili a fronte dei 70 che esistevano già prima della pandemia.

L'ospedale di Perugia, il più grande dell'Umbria, è in grandissima difficoltà. Qui la terapia intensiva è già praticamente satura e il sentimento prevalente tra i sanitari che vi lavorano è la rabbia: “Si sapeva benissimo che in autunno si sarebbe determinata una situazione del genere e cosa è stato fatto?”, si domanda una fonte che vuole restare anonima. “Ormai siamo a numeri di contagio totalmente fuori controllo, ma il picco in ospedale lo vedremo solo tra una ventina di giorni e allora sarà veramente un dramma”.

La domanda che i sanitari, così come molti cittadini, si stanno facendo è: perché si arriva così impreparati a questa nuova e prevedibile fase della pandemia? “L'ospedale di Perugia è un Dea di secondo livello e riceve tutte le emergenze dal territorio – spiega ancora la nostra fonte – per questo si sarebbe dovuto preservare dall'ondata di Covid. Invece, al contrario, siamo già pieni. E per tutte le altre urgenze cosa si fa adesso? A marzo c'era il lockdown, la gente stava a casa e non c'erano ad esempio gli incidenti stradali, ma ora non è così. Anzi, vediamo che i bar la sera sono pieni di gente, persino senza mascherina. Ma forse non si è ben capito che tipo di rischio stiamo correndo”.

Sicuramente, a fronte di questa situazione così allarmante, aumentare i posti letto in terapia intensiva è una priorità per l'Umbria, così come dare respiro ai reparti di degenza Covid, altrettanto sotto pressione in questo momento. Ma i letti da soli non bastano se mancano professionisti con competenze adeguate: medici, anestesisti, rianimatori e infermieri. E la carenza di personale è un dramma nel dramma. 

Prendiamo ad esempio il Pronto Soccorso, la vera frontiera dell'ospedale, qui la situazione è pesantissima. Basta fermarsi un po' di tempo all'ingresso e contare le ambulanze che si mettono in fila per rendersene conto. Solo la scorsa settimana – ci confida un'altra fonte - per coprire i turni degli infermieri è stato necessario utilizzare 70 ore di straordinario notturno e 50 di straordinario diurno. Alla richiesta di lavorare molte ore in più nessuno si è tirato indietro, ma il fatto è che questo sforzo enorme è già stato richiesto a quello stesso personale a marzo, con turni infiniti e senza soluzione di continuità. Non bisognava chiederlo di nuovo, si doveva assumere e qualcosa grazie ai provvedimenti di emergenza era stato anche fatto. Ma i nuovi infermieri, così come i medici neo specializzati, sono entrati con contratti precari di pochi mesi e chi ha trovato di meglio, magari fuori regione, naturalmente poi se n'è andato. Così, a riallestire nei giorni scorsi la terapia intensiva d'emergenza, in fretta e furia, è stato sempre lo stesso personale, troppo poco e già sovraccarico di lavoro. E come se non bastasse, viene anche fuori che nei 4 mesi di tempo dati dalla tregua estiva dell'epidemia, non è stato fatto quasi nulla, tanto che nel seminterrato fino a pochi giorni fa c'erano ancora molte attrezzature donate all'ospedale durante la prima emergenza, che stavano lì da mesi, imballate come quando erano arrivate.

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Spostandosi all'ospedale di Terni la musica più o meno resta la stessa. “L'impressione è di combattere contro i mulini a vento – racconta una fonte ternana – la realtà è che qualcuno ha pensato che l'epidemia fosse finita a maggio, ma un'epidemia che dura tre mesi non è mai esistita e mai esisterà. Così ora rincorriamo, lavorando 12 ore al giorno, solo per senso etico e del dovere”. 

La mancanza di personale è un problema serio anche a Terni, così come il nodo della formazione: “Per preparare un infermiere intensivista – spiega un'altra fonte interna all'ospedale Santa Maria – occorrono 6 mesi di solito. Qui ora vengono spostati dall'oggi al domani, mentre altro personale che avrebbe le competenze necessarie non viene utilizzato”. Un'altra criticità segnalata all'ospedale ternano è la difficoltà nel garantire percorsi separati per i pazienti Covid. “Succede che non utilizzando al momento la barella per il bio contenimento – continua la nostra fonte – quando il paziente passa in un corridoio per raggiungere l'area dedicata al quinto piano, sfilando persino davanti agli uffici della dirigenza medica, quel pezzo di edificio deve essere isolato fino alla sanificazione. Ma questo comporta che il personale che si trova in zona può restare bloccato anche per diverso tempo”. E se una cosa del genere poteva essere accettabile a marzo, quando la pandemia è arrivata all'improvviso, oggi diventa molto più difficile da comprendere.

È proprio questo l'aspetto che più di ogni altro stupisce in questa situazione: era tutto prevedibile e anche previsto, perché allora non si è intervenuti per tempo? A Spoleto ad esempio è arrivata nei giorni scorsi la decisione della Regione di convertire l'ospedale cittadino (punto di riferimento non solo per i 40mila abitanti del Comune, ma anche per le zone terremotate della Valnerina) in Covid-hospital. Fatto che comporta la riorganizzazione totale del nosocomio, con la chiusura di quasi tutti i reparti ordinari e del Pronto Soccorso e conseguenti manifestazioni di protesta della cittadinanza.

“Ci troviamo a dover attrezzare per il Covid in pochi giorni un ospedale che non ha nemmeno le docce per i dipendenti, dove non c'è, ad oggi, un infettivologo e dove il pneumologo viene una volta a settimana”, spiega a Collettiva, Roberto Morosi Pipparelli, Oss e Rls (responsabile dei lavoratori per la sicurezza) della Cgil nell'ospedale di Spoleto. “Stiamo vivendo una situazione surreale – continua – non abbiamo informazioni su come si intenda procedere a questa riorganizzazione e per questo insieme agli altri Rls abbiamo già scritto una lettera al commissario straordinario e alla direzione aziendale, per chiedere prima di tutto certezze sull'approvvigionamento dei dispositivi di protezione individuale, che già cominciano a scarseggiare. Ad oggi però non sappiamo nulla – conclude l'infermiere sindacalista – e ci chiediamo anche che fine faranno i pazienti attualmente ricoverati nei reparti che si devono chiudere, molti dei quali anziani”. 

Lo stato di agitazione dei lavoratori della sanità umbra, proclamato da Cgil, Cisl e Uil la scorsa settimana, è una inevitabile conseguenza di questo caos. “Nonostante le continue sollecitazioni delle categorie della funzione pubblica – si legge in un documento che i sindacati hanno consegnato al prefetto di Perugia - negli ultimi mesi la Regione non ha assunto il personale necessario a gestire la seconda ondata epidemica. Non ha neppure definito quali misure concrete adottare nei vari scenari che era possibile prevedere in autunno”. Intanto, i tavoli di interlocuzione promessi a maggio per parlare di fabbisogni di personale, di organizzazione, di sicurezza nei luoghi di lavoro non sono mai partiti. E allora ai sindacati viene naturale chiedersi se l'obiettivo della Regione a guida leghista sia davvero quello di di far funzionare al meglio la sanità pubblica, oppure no. Perché come è noto più la sanità pubblica arranca, più quella privata fa affari d’oro.