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L’Italia continua a perdere i giovani laureati: sono 100.000 in meno in cinque anni. Nello specifico si tratta di 25.000 espatri all’anno a fronte di soli 4.000 rientri, con una perdita economica per il nostro Paese stimata in 160 miliardi di euro dal 2011. Lo affermano due ricerche diffuse nell’ultimo periodo: i dati dell'Istat l’indagine condotta da Bankitalia per il Sole 24 Ore.
Istat: boom di migrazioni, pochissimi rientri
Partendo dall’Istat, vengono analizzati i flussi migratori in uscita dall’Italia: proprio questi evidenziano una sproporzione crescente tra quanti decidono di partire e coloro che scelgono di ritornare. Prendendo in esame la sola fascia tra i 25 e i 34 anni, l’Istituto certifica che nell'arco di un unico anno si sono registrati oltre 25.000 espatri di laureati e quindi professionisti qualificati, a fronte di appena 4.000 rientri. Il risultato è un saldo netto negativo che sfiora le 21.000 unità in soli dodici mesi.
L’analisi si sofferma poi sulle mete dei nuovi emigranti: le preferite sono Regno Unito, Germania, Svizzera e Francia, tutti Stati che beneficiano delle competenze formate in università italiane. La percentuale di laureati sul totale degli emigrati è salita drasticamente, passando dal 18% registrato nel 2012 fino a toccare il 26% negli anni più recenti. L’esodo dunque è diventato più selettivo e orientato verso l’alto in termini di competenze.
Bankitalia: scarsa opportunità di impiego e stipendi bassi
A spingere i giovani e le giovani a varcare la frontiera è una necessità dettata dalle condizioni del mercato interno, spiega l’indagine di Bankitalia. In altri termini Chi possiede i titoli accademici più elevati, come i dottori di ricerca, si scontra troppo spesso con barriere invalicabili: ben il 10,4% di chi consegue il titolo più alto della formazione universitaria lavora stabilmente all'estero.
Interpellati sulle motivazioni del trasferimento, l’81,7% degli interessati indica come causa principale l'assoluta mancanza di opportunità d'impiego che siano coerenti e adeguate al percorso di studi effettuato. Per il 73,7% degli intervistati c'è la questione salariale: le retribuzioni offerte negli altri Paesi sono nettamente superiori a parità di mansione.
Pochi laureati ma scappano comunque
Le cifre dell’Istat, inoltre, confermano che l’Italia continua a soffrire di un deficit di laureati: nella fascia d'età compresa tra i 25 e i 34 anni, solo il 31,6% della popolazione ha completato un percorso universitario, contro una media dell'Unione europea che si attesta al 44,1%. Pur avendo triplicato il numero totale di laureati annui rispetto alla fine degli anni Novanta, lo scarto rispetto all’Europa resta profondo. Nonostante i laureati siano pochi, insomma, non si riesce comunque a trattenerli.
Allo stesso tempo, però, garantirsi una formazione accademica resta il modo migliore per entrare nel mercato del lavoro: il tasso di occupazione per chi ha un titolo raggiunge l’85,3%, contro il 74,6% dei diplomati e il 56,1% di chi ha la licenza media.
Dal 2011 persi 160 miliardi di euro
Come accennato, per il nostro Paese c’è anche una grave perdita economica. Il valore del capitale umano uscito dall’Italia negli ultimi anni, spiega ancora Bankitalia, è quantificabile in circa 160 miliardi di euro dal 2011 a oggi. Una perdita che incide fortemente sul Pil. Tra le Regioni italiane, il prezzo più alto della perdita lo pagano Lombardia e Veneto, seguite dalla Sicilia al Sud.
In definitiva, come attestano gli studi, il Belpaese rischia di trasformarsi sempre più in un incubatore di talenti che forma a spese proprie, ma che poi vanno a generare ricchezza e valore all’estero.






















