La fotografia delle condizioni reddituali delle famiglie italiane scattata dall’Istat racconta di un governo che non si è occupato e non si occupa di quella che appare essere la vera emergenza del Paese: i redditi delle famiglie italiane. Non solo il numero delle persone a rischio povertà si è costantemente attestato ad oltre 13 milioni, ma quel che appare chiaro è che il lavoro per molte e molti non è più la sicurezza di uscita dal rischio povertà. E ancora il reddito di italiane e italiani, in termini di potere di acquisto, è ancora sotto quello registrato nel 2007, l’anno della grande crisi.

La vera emergenza

IMAGOECONOMICA
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DANIELA BARBARESI SEGRETARIO CONFEDERALE CGIL NAZIONALE (IMAGOECONOMICA)

“Ancora una volta l’Istat certifica un’emergenza da affrontare urgentemente: 13,3 milioni di persone sono a rischio povertà ed esclusione sociale, seppur in calo rispetto all’anno scorso, resta un dato allarmante”. Lo afferma Daniela Barbaresi, segretaria confederale della Cgil che aggiunge: “Si tratta di una condizione che colpisce maggiormente persone sole, famiglie numerose, con 3 o più figli o monogenitoriali che richiede misure e politiche adeguate a superare disagi e difficoltà”.

Numeri per capire

Secondo il Report “Condizioni di vita e reddito delle famiglie” il reddito mediano delle famiglie italiane è pari a 31.704, corrisponde a circa 2.642 euro al mese. Sempre l’Istat afferma che sono a rischio povertà le famiglie il cui reddito dello scorso anno è pari al 60% del reddito mediano (13.327); ebbene in questa terribile condizione si trova oltre il 18% della popolazione italiana. Ma la cosa più grave, che dovrebbe non far dormire Meloni e i suoi ministri, è che dal 2007 al 2004 il reddito degli italiani e delle italiane ha perso il 4,7% del suo valore. Se non è questa questione salariale ci domandiamo cosa sia.

Numeri della vergogna

Sono almeno altri due i numeri della vergogna: il 10,2 % degli occupati e delle occupate è a rischio povertà, il 25,9% se si è stranieri. Tradotto: in questo Paese c’è la violazione costante dell’articolo 36 della Costituzione: “Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro, in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un'esistenza libera e dignitosa”. È quel “in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla propria famiglia un’esistenza libera e dignitosa” che colpisce: questo Report dell’Istat sembra essere “dimenticato” da chi ci governa.

Quello che non c’è

GIULIA PALMIGIANI
GIULIA PALMIGIANI
NICOLA MARONGIU (GIULIA PALMIGIANI, IMAGOECONOMICA)

“Questi numeri -afferma Nicola Marongiu, coordinatore area Contrattazione e Mercato del lavoro Cgil – dimostrano che non sono stati fatti interventi in né rispetto ai determinanti della povertà lavorativa, rapporti di lavoro precari, a termine o part-time involontari; né sono stati fatti interventi sul versante del sostegno fiscale ai redditi da lavoro”. Certo, si dirà, in fondo i dati rispetto al precedente rapporto sono sostanzialmente stabili, ma è proprio questo il problema. Aggiunge infatti Marongiu: “Non c'è un miglioramento e questo rende evidente che non sono state adottate politiche adeguate”.

Quel che invece aumenta

Anche questo è un dato che dovrebbe far arrossire di vergogna. Ad aumentare, passando dal 4,6% del 2024 al 5,2% del 2025, è la quota di popolazione in condizione di grave deprivazione materiale e sociale: sono 3,1 milioni di perone con difficoltà economiche tali da non potersi permettere un pasto adeguato o affrontare spese impreviste o il pagamento dell’affitto.

L’indifferenza del Governo

Nella sostanza, denuncia Barbaresi: “Un quarto della popolazione di questo Paese vive una condizione di disagio economico, ma il governo continua a ignorare che si diventa poveri anche perché non ci sono adeguate politiche di contrasto della povertà: politiche inclusive, servizi pubblici di occuparsi dei bisogni complessi delle persone e delle famiglie, bisogni non solo economici ma anche abitativi, sociali, sanitari, educativi, assistenziali. Occorre rendere esigibile il diritto di tante persone all’inclusione sociale, economica e a una condizione di vita migliore”.

La retorica della natalità

Sempre Istat un paio di giorni fa ci ha raccontando come la curva della natalità continua a sprofondare sempre più: nel 2025 sono nati la metà di quanti sono deceduti. Meloni e Roccella continuano a insistere sulla necessità che le donne facciano più figli, ma non considerano che sono proprio le famiglie con figli quelle che più rischiano di cadere in povertà. L’incidenza del rischio povertà è più alta per i monogenitori (31,6%), le coppie con tre o più figli (30,6%), mentre per le coppie senza figli o con un figlio solo il rischio di povertà o esclusione è più basso (17,4%).

La fragilità del Paese

foto di Simona Caleo

“L’Italia è in difficoltà: il Paese è segnato da una crisi demografica strutturale e da un mercato del lavoro che rallenta e resta fragile”. Lo sottolinea Maria Grazia Gabrielli, segretaria confederale della Cgil, commentando i dati recenti diffusi da Istat e Inps su demografia e occupazione. “Nel 2025 - aggiunge - le nascite scendono a 355mila, con un tasso di fecondità di 1,14 figli per donna, tra i più bassi in Europa. Il saldo naturale resta fortemente negativo (-296mila), e la popolazione complessiva rimane stabile solo grazie alle migrazioni (+296mila). Cresce l’invecchiamento: gli over 65 rappresentano circa un quarto della popolazione e le famiglie unipersonali raggiungono il 37,1%, riflettendo profondi cambiamenti nella struttura sociale e familiare con impatti su occupazione e mercato del lavoro”.

Alla fiera delle diseguaglianze

Il rischio povertà o grave deprivazione aumenta se in famiglia c’è uno straniero e di molto: nel 2025 l’indice si attesta al 41,5% mentre nel 2024 era del 37,5%. Ancora, uno degli obiettivi del Pnrr era quello di ridurre i divari territoriali; ebbene il Nord-est si conferma la ripartizione con la minore incidenza di rischio di povertà o esclusione sociale (11,3%, era 11,2% nel 2024), mentre il Mezzogiorno quella con la più alta (38,4%, era 39,2% nel 2024).

Governo batti un colpo

Ma dopo quasi quattro anni di governo è lecito trarre un bilancio? Se tutti gli indicatori dicono che il rischio esclusione sociale e povertà non è diminuito, anzi in alcuni casi è aumentato; se il lavoro continua a non esser più garanzia, anzi la fascia del lavoro povero aumenta, dire che Meloni e i suoi ministri han fatto davvero poco non è sbagliato. Secondo Gabrielli i dati evidenziano tre criticità su cui il governo manca di interventi: “Un declino demografico strutturale che minaccia il futuro produttivo e sociale del Paese; un mercato del lavoro poco dinamico e sempre più precario; e l’uso di incentivi pubblici senza adeguati meccanismi di condizionalità e verifica”.

La soluzione è chiara

A indicarla è ancora la segretaria confederale: “Senza una svolta radicale su lavoro stabile, salari, contrasto al lavoro sommerso, politiche industriali e welfare, queste tendenze non si invertiranno. Per questo, sono necessari - conclude Gabrielli - interventi strutturali su occupazione di qualità, diritti, lotta alla precarietà, sostegno alla natalità e alla genitorialità, modifica delle politiche migratorie e un rafforzamento dei sistemi di controllo e di efficacia nell’uso delle risorse pubbliche finalizzate agli incentivi, alle politiche attive e formazione”.

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