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L'intervento

Ires, quale ricerca per un sindacato che vuole cambiare

Giuliano Guietti
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Oggi più che mai l'attività di indagine e di studio è una risorsa su cui investire, resta aperto il problema di come diffonderne i benefici in tutta l'organizzazione

“Una linea autonoma con una autonoma ricerca”. Questo era il titolo con il quale si apriva nel lontano 1979 un’intervista a Rassegna Sindacale con la quale l’allora segretario confederale della Cgil Bruno Trentin dava conto della scelta di dar vita a livello nazionale all’Istituto Ricerche Economiche e Sociali (Ires), "inteso come un organismo di dibattito, di elaborazione e di ricerca direttamente collegato alla Cgil, ma dotato di una sua autonomia". Trentin aggiungeva subito dopo che un "aspetto non secondario dell'attività dell'lres" sarebbe stata "l'attivazione di centri di ricerca periferici".

A distanza di oltre 40 anni dalla nascita dell’Ires, poi assorbito a livello nazionale nella Fondazione Di Vittorio, cos’è rimasto di quella scelta e delle motivazioni che ne furono all’origine?

È questa la domanda di fondo alla quale, anche cogliendo l’occasione del 19° congresso Cgil, ha cercato di rispondere il convegno promosso in questi giorni a Bologna dai tre principali Ires territoriali ancora in essere, Ires Emilia-Romagna, Ires Toscana e Ires Veneto e dalle rispettive Cgil regionali, con il coinvolgimento e la partecipazione della Fondazione Di Vittorio e della segreteria nazionale della Cgil. Tra gli intervenuti, insieme a docenti, ricercatori e dirigenti delle strutture regionali del sindacato, anche il presidente della Fdv Fulvio Fammoni, il direttore della rivista Quaderni di Rassegna  Sindacale, Mimmo Carrieri, nonché il segretario nazionale Cgil Luigi Giove, che ha svolto l’intervento conclusivo.

Pur sulla base di diverse argomentazioni, la risposta alla domanda di partenza è stata unanime: l’esistenza di autonomi centri di ricerca della Cgil rappresenta ancora una risorsa strategica per una grande organizzazione di massa come la Cgil, gelosa della propria autonomia e in particolare della propria capacità di elaborare autonomamente analisi e proposte per la complessa e difficile fase in corso. C’è forse oggi anche qualche ragione di più che in passato. Da un lato per la radicalità dei cambiamenti che stiamo vivendo, che mettono in crisi analisi e interpretazioni della realtà che in un tempo anche relativamente recente erano considerate indiscutibili. Dall’altro per cercare di rispondere al disorientamento presente in larghi strati di popolazione – lavoratori compresi –, alle prese con il moltiplicarsi e spesso la contraddittorietà delle fonti informative e delle rielaborazioni interpretative disponibili.

Se dunque la ricerca interna rappresenta oggi più che mai una risorsa su cui investire, resta aperto il problema di come diffonderne i benefici in tutta l’organizzazione, non solo al livello centrale o in alcuni territori. A questo scopo, si è detto da più parti, il modello organizzativo da mettere in campo è quello della rete, che può consentire il più ampio accesso alle risorse disponibili.

Giuliano Guietti, presidente Ires Emilia-Romagna