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Il processo

A Piazza Fontana nessuno è Stato

Ilaria Romeo
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L'assoluzione definitiva per gli ultimi indagati di Ordine Nuovo arriva a trentasei anni dall'attentato alla Banca nazionale dell'Agricoltura. 17 persone morte restano senza giustizia. I familiari costretti, in un'ultima beffa, a pagare anche le spese processuali

Il 3 maggio del 2005 la Corte di Cassazione, a Roma, assolve definitivamente - addebitando ai parenti delle vittime le spese processali! - gli ultimi indagati per la strage di Piazza Fontana. Si tratta di Delfo Zorzi, Carlo Maria Maggi e Giancarlo Rognoni, militanti di Ordine Nuovo condannati in primo grado all’ergastolo.

Alle 16 e 37 di venerdì 12 dicembre 1969 un ordigno esplode nel salone centrale della Banca nazionale dell’agricoltura di Milano: muoiono 17 persone, 89 rimangono ferite. Un’altra bomba - fortunatamente rimasta inesplosa - viene rinvenuta sempre nel capoluogo lombardo nella sede della Banca commerciale italiana. Ancora una manciata di minuti e le esplosioni colpiscono Roma. Tra le 16 e 55 e le 17 e 30 ne avvengono altre tre: una all’interno della Banca nazionale del lavoro di via San Basilio, altre due sull’Altare della patria di Piazza Venezia.

“Ore 16.37: una deflagrazione spaventosa squarcia l’aria. Il boato è tremendo, lo spostamento d’aria mi manda lungo disteso fino alla porta d’ingresso della saletta dell’ammezzato che dà sul corridoio opposto a quello della Direzione. Avverto solo che d’improvviso è tutto buio. Dopo il boato c’è un silenzio tombale”, così nel suo libro Piazza Fontana, Nessuno è Stato Fortunato Zinni, testimone diretto dell’attentato, racconta la bomba che dà inizio alla strategia della tensione. È il più grave fatto di sangue dal secondo conflitto mondiale.

Alla Camera dei deputati la seduta in corso viene interrotta e il presidente Sandro Pertini prende immediatamente posizione contro l’attentato affermando: “Onorevoli colleghi! Un vento di follia criminale si sta abbattendo sul nostro Paese e pare abbia quale obiettivo lo sconvolgimento della vita pacifica della nazione e lo scardinamento degli istituti democratici. I responsabili consumano i loro misfatti cinicamente disprezzando le vite umane. Noi, onorevoli colleghi, al di sopra di ogni divisione politica, con tutto l’animo nostro colmo di sdegno, di angoscia e di preoccupazione, condanniamo questi crimini, augurandoci che i colpevoli siano al più presto individuati e severamente puniti”. Dal canto suo, la direzione del Pci invita “tutte le organizzazioni e i militanti comunisti alla vigilanza e alla iniziativa politica unitaria”.

La città e il Paese sono sgomenti, scossi, sbalorditi, frastornati per l’atrocità dell’avvenimento e il giorno dei funerali (la cerimonia verrà trasmessa dalla Rai, in rappresentanza dello Stato partecipano numerose personalità e il presidente del Consiglio Rumor) Cgil, Cisl e Uil decidono di proclamare lo sciopero generale.

Ricorderà anni dopo Carlo Ghezzi: “La nostra presenza ai funerali fu decisiva: la dimostrazione, confermata poi negli anni del terrorismo, che eravamo una grande forza nazionale, che la lotta per i diritti era una sola cosa con la difesa della democrazia. La parola d’ordine, come per un riflesso condizionato, era inizialmente ‘vigilanza’. Nella Camera del lavoro, nel Pci e nella sinistra c’era il timore di ulteriori provocazioni, l’idea che molti sostenevano era quella di limitarsi a presidiare le sedi. Ci fu una discussione aspra, il momento era molto confuso. Poi, quando anche la Uilm fece sapere che era per la partecipazione, la discussione finì. E con le tute blu in piazza Duomo s’impedì che la tragedia potesse essere strumentalizzata dalla maggioranza silenziosa che allora stava nascendo”.

La piazza, quella mattina, era color del piombo fuso - scriveva Corrado Stajano, tra i primi ad accorrere sul posto, sul Corriere della Sera del 28 marzo 2012 - la copriva una cappa di nebbia, rotta soltanto dalla fioca luce dei lampioni che rischiaravano un poco la marea di donne e di uomini sgomenti di dolore. Dalle fabbriche di Sesto San Giovanni arrivarono a migliaia le tute bianche della Pirelli, le tute blu della Breda, della Magneti Marelli, della Falck che fecero da servizio d’ordine. La borghesia consapevole e la classe operaia formarono allora, con la serietà dei momenti gravi, un corpo unico nella città affratellata”. A cinquantadue anni di distanza l’eccidio resta - ancora oggi - senza colpevoli.

A noi rimane il dovere della memoria. Una memoria reale, vera, forte e viva che dobbiamo alle vittime (Giovanni Arnoldi, Giulio China, Eugenio Corsini, Pietro Dendena, Carlo Gaiani, Calogero Galatioto, Carlo Garavaglia, Paolo Gerli, Luigi Meloni, Vittorio Mocchi, Gerolamo Papetti, Mario Pasi, Carlo Perego, Oreste Sangalli, Angelo Scaglia, Carlo Silva, Attilio Valè, Giuseppe Pinelli) e a coloro che furono ingiustamente accusati, che dobbiamo a noi stessi.

“Non raggiungere la verità giudiziaria è una sconfitta dello Stato - affermava Licia Pinelli - È lo Stato che ha perso appunto perché non ha saputo colpire chi ha sbagliato. Perché in un modo o nell’altro, voglio dire direttamente o indirettamente, Pino è stato ucciso.  (…) Non è una questione di vincere o di perdere: semplicemente uno Stato che non ha il coraggio di riconoscere la verità è uno Stato che ha perduto, uno Stato che non esiste”. Uno Stato al quale non smetteremo mai di domandare chi è Stato.