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Il comunista

Palmiro Togliatti, il migliore

Il leader del Pci Palmiro Togliatti
Ilaria Romeo
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Storico segretario del Pci, visse in esilio durante gran parte del ventennio. Tornato in Italia nel 1944, divenne poi membro dell'Assemblea Costituente. Sotto la sua guida il partito comunista divenne di massa e il più grande dell'Occidente

Il 26 marzo 1893 nasce a Genova Palmiro Togliatti. Dottore in Giurisprudenza, dopo la laurea si arruola come volontario, prima nella Croce Rossa e poi negli Alpini. Nel 1918, congedato, è a Torino, dove collabora al Grido del Popolo, il settimanale diretto da Gramsci ed è cronista e redattore dell’edizione torinese de l’Avanti!. Dopo la marcia su Roma e vari arresti partirà per Mosca.

Il suo esilio durerà diciotto anni e lo vedrà attivo in Svizzera, Francia, Unione Sovietica, Spagna, dove durante la guerra civile, sotto il nome di copertura di Alfredo, rappresenterà nelle Brigate Garibaldi l’Internazionale comunista. Tornerà in Italia nel marzo del 1944.

Eletto all’Assemblea Costituente nel 1946 e confermato deputato nella II, III e IV legislatura, contribuirà all’elaborazione della Costituzione, soprattutto per la parte programmatica. La mattina del 14 luglio 1948, il segretario del Partito comunista italiano viene ferito dai colpi di pistola sparati dal giovane studente siciliano Antonio Pallante.

“Alle 11.20 - ricorderà Nilde Iotti qualche anno dopo - uscimmo da Montecitorio. Togliatti, come faceva spesso, era senza scorta, la fida guardia del corpo Armando Rosati, detto Armandino. 'Non ci sono cose importanti da discutere - mi disse Togliatti - andiamo a casa. Prima, però, andiamo a prendere una granita di caffè al bar Rosati. E Armando? Armando, capirà'”. Pochi minuti dopo il dramma.

Ricorda ancora Nilde Iotti: “Subito dopo essere uscita con Togliatti da Montecitorio vidi come un’ombra che si muoveva sugli scalini del palazzo di fronte. Avevamo appena superato l’ingresso di via della Missione e Antonio Pallante sparò. Il primo colpo si conficcò nel muro di una casa di via Uffici del Vicario. Il secondo proiettile colpì Togliatti al centro della testa. Togliatti cadde in ginocchio e si rovesciò all’indietro. La pallottola, fortunatamente, non era rivestita, e si schiacciò sull’osso occipitale. E Togliatti, lo seppi poi dai medici, come tutti coloro che leggono molto, aveva un osso occipitale molto sviluppato, il che servì in qualche modo ad attenuare il danno. Il terzo proiettile fu il più grave. Penetrò nella cavità toracica e traforò il polmone di Togliatti procurandogli un’emorragia interna. Tre colpi ravvicinati, esplosi a ripetizione. Fu solo a quel punto che mi resi pienamente conto della situazione. Gridai ad un carabiniere che avevo visto di postazione davanti al portone di Montecitorio: 'Arrestatelo!'. Subito dopo seguì il momento più drammatico. Vidi Pallante avvicinarsi a Togliatti caduto. Istintivamente mi gettai sul corpo di Togliatti per proteggerlo. In quel momento Pallante sparò il quarto colpo. La pallottola entrò sotto la pelle senza penetrare però nella cavità toracica”.

La notizia dell’attentato rimbomba immediatamente in Parlamento. Secchia e Longo seguono Togliatti al Policlinico, si riunisce la direzione del Partito. All’ospedale arrivano Nenni e De Gasperi (da Trento dove sua figlia sta partorendo).

Il Paese è percorso da una scossa elettrica e operai e contadini scendono in piazza: parte lo sciopero generale, prima spontaneo e poi ufficiale; sarà - dirà lo storico Sergio Turone - “lo sciopero generale più completo e più esteso che si sia mai avuto nella storia d’Italia”.

Il Migliore morirà a Jalta il 21 agosto del 1964. Si era sentito male una settimana prima incontrando i giovani del campo dei pioneri di Artek. In quel discorso e nel suo memoriale un messaggio politico destinato a lasciare il segno.

L’Unità uscirà in edizione straordinaria con la prima pagina listata a lutto e la scritta Togliatti è morto, descrivendolo come “un grande figlio del popolo italiano, un dirigente geniale del comunismo internazionale, un combattente che ha speso tutta intera la sua esistenza in una lotta dura e infaticabile per il socialismo, per la democrazia, per la pace”. Racconta Giuseppe Boffa sulle colonne del quotidiano: “Erano le 13.20 al campo di Artek, quando il cuore di Palmiro Togliatti ha cessato di battere. Dopo una mattinata di sole, il cielo si era coperto di nubi. Un momento di tensione disperata gravava sulla palazzina dove Togliatti era stato ricoverato in questi giorni. Il silenzio era rotto solo dalle voci soffocate dei medici, dai singhiozzi dei familiari, dal rapido spostamento di qualche infermiere. Dopo otto giorni di accanita resistenza contro la morte, ancora non ci si rassegnava alla tragedia. Nessuno parlava più. Ma i dottori non avevano ancora alzato le braccia. Tante volte, in questa terribile settimana, si era stati sul punto di pensare che non ci fosse più nulla da fare. Eppure, con sforzi disperati si era riusciti a evitare il peggio. (…) Al terribile annuncio, tutto il campo di Artek si è impietrito nel dolore. Il silenzio è tornato assoluto. Tutti erano sconvolti. Accanto a Togliatti erano rimasti fino agli ultimi istanti la sua compagna, Nilde Jotti, e la figlia adottiva Marisa. In tutti questi giorni entrambe avevano seguito con coraggio e decisione la difficile battaglia contro la morte. Ne erano state loro stesse partecipi. Nel loro dolore esse avevano vicini i compagni della direzione del Partito che con loro avevano vissuto l’angoscioso alternarsi di allarme e di speranze. Longo, Natta, Colombi, Lama erano presenti al momento della tragedia”.

L’annuncio della sua morte (l’agenzia di stampa Ansa diffonde così la notizia la notizia: ‘Con profondo dolore la segreteria del Pci annuncia la morte del compagno Palmiro Togliatti (1893-1964), avvenuta oggi a Jalta alle ore 13.20’) fa il giro del mondo ed è accolta con costernazione dal popolo comunista che il 25 agosto, giorno del funerale, gli tributerà un saluto di massa, come aveva fatto qualche anno prima con Di Vittorio e farà esattamente venti anni dopo con Enrico Berlinguer.

Si calcola che almeno un milione di persone accompagnò in silenzio il feretro da Botteghe Oscure a piazza San Giovanni: sette anni dopo Renato Guttuso immortalerà nel celebre quadro di grandi dimensioni I funerali di Togliatti quel corteo e quella piazza (nel 1966 Pier Paolo Pasolini la racconterà nel suo Uccellacci e uccellini, l’ultimo film da protagonista interpretato da Totò).

È lo stesso Guttuso a raccontare la genesi dell’opera: “Cominciai col disegnare più volte il profilo di Togliatti. Qua il primo problema. Gli occhiali. Era difficile renderlo a tutti riconoscibile senza gli occhiali…. Circondai il profilo con un collage di fiori ritagliati da alcune riviste di floricultura. Poi cominciai a mettere, attorno a quel punto focale, i ritratti dei suoi compagni, quelli con i quali aveva avuto i più stretti rapporti di lavoro, nell’esilio, in Spagna, in Unione Sovietica. Tenendo conto dei rapporti con Togliatti e non della loro presenza effettiva ai funerali” (nella folla, rigorosamente in bianco e nero, si riconoscono infatti tra gli altri Lenin, Gramsci, Berlinguer - che proprio nel 1972, anno in cui Guttuso realizza l’opera, viene eletto segretario del Pci - Longo, Di Vittorio, Amendola, Pajetta, Ingrao, Natta, Nilde Iotti, papà Cervi, Dolores Ibarruri, Angela Davis, Stalin, Brezhnev e lo stesso artista auto immortalatosi accanto al fotografo Mario Carnicelli).

Nell’agosto del 1964 Nella Marcellino, storica dirigente della Cgil e del Pci è in ferie con il marito in Crimea. Su indicazione di Luigi Longo sarà proprio lei a trascrivere a macchina quello che diventerà uno dei documenti più famosi della storia d’Italia (“Longo mi chiamò e mi disse di andare da lui - racconta - Mi consegnò il memoriale scritto a mano, col tipico inchiostro verde che Togliatti usava. Mi chiese di riprodurlo immediatamente a macchina. I sovietici mi accompagnarono in una lunga stanza e mi diedero una macchina da scrivere (una Underwood piuttosto vecchia con caratteri latini e cirillici)”.

Il Memoriale di Jalta è considerato il documento fondamentale per capire sia la diversità del maggior partito comunista d’Occidente rispetto all’ortodossia comunista, sia l’evoluzione democratica del Pci berlingueriano.

“Oggettivamente - scriveva il Migliore - esistono condizioni molto favorevoli alla nostra avanzata, sia nella classe operaia, sia tra le masse lavoratrici e nella vita sociale, in generale. Ma è necessario saper cogliere e sfruttare queste condizioni. Per questo occorre ai comunisti avere molto coraggio politico, superare ogni forma di dogmatismo, affrontare e risolvere problemi nuovi in modo nuovo, usare metodi di lavoro adatti a un ambiente politico e sociale nel quale si compiano continue e rapide trasformazioni". “Molte cose - concludeva - dovrei aggiungere per informare esattamente sulla situazione del nostro Paese. Ma questi appunti sono già troppo lunghi e ne chiedo scusa. Meglio riservare a spiegazioni e informazioni verbali le cose puramente italiane”. “La cosa peggiore” - scriveva tra l’altro Togliatti -“è di dare l’impressione che tutto vada sempre bene, mentre c’è la necessità di parlare di situazioni difficili e spiegarle”.