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Il ricordo

Giuseppe Valarioti, a testa alta contro la 'ndrangheta

 Giuseppe Valarioti
Antonio Lavorato
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Quaranta anni fa la morte del dirigente comunista di Rosarno, ucciso dalla mafia. Fu professore di italiano e di riscatto sociale, spiegando ai cittadini che non devono piegarsi allo strapotere criminale

Era la notte dell’11 giugno 1980 quando, ad opera della ‘ndrangheta, veniva ucciso Giuseppe Valarioti segretario della sezione del Partito comunista italiano a Rosarno. Sono trascorsi quarant’anni. Durante quella notte Peppe è con i suoi compagni in un ristorante di Nicotera, nel Vibonese, per festeggiare la vittoria alle elezioni amministrative. Finita la cena esce dal locale e viene colpito dalla lupara mafiosa.

Sono momenti drammatici, si passa dalla felicità per una straordinaria vittoria elettorale alla tragedia raffigurata dalla sofferenza degli ultimi istanti di vita del segretario del partito. Si scappa velocemente verso l’ospedale di Polistena, ma purtroppo durante il tragitto Peppe muore tra le braccia del suo amico fraterno Peppino Lavorato. Aveva 30 anni Valarioti ed era un professore che dava lezioni. Non solo di italiano a scuola, ma anche sul riscatto sociale per conquistare i diritti, visto che nei comizi elettorali, senza paura, gridava che i rosarnesi non dovevano piegarsi allo strapotere della ‘ndrangheta e visto che lo stesso appello alla ribellione lo lanciava anche contro i comitati d’affari, segno del perverso intreccio politico-affaristico-mafioso, che in Calabria dominavano e continuano a dettare legge.

La sua vita si caratterizza per una precisa identità ideale. La coltiva fin dai primi anni di impegno, che lo porta ad indagare e ad approfondire il ruolo del movimento bracciantile protagonista nel corso dei decenni di lotte per i diritti fondamentali. Allo stesso tempo Peppe coltiva la passione verso la ricerca storica e archeologica come strumento fondamentale per evidenziare l’immensa storia greca da cui quella terra proviene, a dimostrazione del suo grande attaccamento e amore per il posto dove era nato e dove ha vissuto. Nel 1977 Peppe prende la tessera del Pci e, immediatamente dopo, diventa segretario della sezione a Rosarno. Nel 1979, viene eletto in consiglio comunale. Fu protagonista nelle lotte per il lavoro, nella Piana di Gioia Tauro, durante gli anni ’70 e partecipò attivamente alla costruzione delle “Leghe dei giovani disoccupati”.

Ricordare Peppe Valarioti oggi non significa soltanto valorizzare la figura di un compagno che ha dato un contributo importante nelle lotte per il lavoro e per i diritti, ma significa soprattutto mettere in evidenza l’esempio umano di una generazione, divenuta classe dirigente comunista, che ha saputo tenere la testa alta di fronte allo strapotere della ‘ndrangheta.

Peppe viene ucciso perché la ‘ndrangheta decide di colpire il suo nemico principale, perché le cosche della Piana capiscono che il Pci rappresenta l’argine invalicabile che si frappone al loro tentativo di impadronirsi delle assemblee elettive e delle istituzioni. Infiltrandosi e governando la cosa pubblica, infatti, le famiglie mafiose avrebbero avuto in mano un potere immenso che avrebbe permesso loro di intercettare e accumulare le ingenti risorse di denaro pubblico destinate verso quel territorio. Il quadro che andava delineandosi, nel corso degli anni ’70, allettava enormemente gli interessi della ‘ndrangheta. Un'ingente massa di risorse pubbliche era destinata alla costruzione del porto di Gioia Tauro, alla trasversale che avrebbe collegato il Tirreno allo Jonio, alla diga sul Metrano e alla riconversione di insediamenti industriali presenti sul territorio provinciale.

Le cosche della provincia di Reggio Calabria, all’interno di questo contesto, adottano una vera e propria scelta di assalto alle risorse pubbliche. La strategia è precisa, efficacemente studiata fin nei minimi particolari ed uno degli step fondamentali è proprio quello di avere la gestione piena ed incondizionata della cosa pubblica. I “mammasantissima” e i loro sodali erano consapevoli del momento cruciale che quella fase storica rappresentava. Non era più sufficiente conservare il controllo del territorio, non bastava più la leva della forza militare in grado di incutere il timore che ha sempre condizionato le scelte di libertà dell’imprenditoria sana e laboriosa. Bisognava infiltrarsi nei governi del territorio, fino a determinarne le scelte. E bisognava farlo fino al punto di avere nelle assemblee elettive propri diretti rappresentanti.

Ciò avrebbe consentito di proiettare sull’economia reale e sulle relazioni sociali il potere di scelta e di governo delle autonomie territoriali, indirizzando e pilotando a proprio piacimento gare d’appalto, affidamenti, strumenti urbanistici, piani commerciali, politiche per l’ambiente e consumo violento del territorio a discapito di ogni sicurezza e tutela ambientale. Un’accumulazione di ricchezza enorme che ha reso la ‘ndrangheta in grado di sedersi ai tavoli mondiali del traffico internazionale di droga, fino a diventare oggi una delle forze dominanti in grado di spostare masse finanziarie di denaro da un continente ad un altro utilizzando la finanza come strumento di ulteriore accumulazione di ricchezza.

Il contesto storico in cui si materializza l’omicidio di Peppe è quello caratterizzato da una durissima contrapposizione tra la ‘ndrangheta e il potere che rappresenta e i comunisti. Una contrapposizione nata e consolidata nei decenni precedenti per l’impegno sociale del Pci al fianco dei braccianti. Lotte, quelle bracciantili, che hanno segnato profondamente il tessuto sociale e culturale di quella realtà e che hanno rappresentato le fondamenta per la costruzione di un movimento più ampio che, senza alcun timore, fronteggiava i padroni e i poteri forti per conquistare diritti assolutamente indisponibili. Alla testa di questo straordinario movimento che coinvolgeva tutte le generazioni e che vedeva uno straordinario protagonismo delle donne, c’erano i comunisti di Rosarno, c’era il gruppo dirigente comunista della federazione di Reggio Calabria, c’era la Camera del lavoro.

Peppe Valarioti, all’interno di questo movimento, ha saputo cogliere il senso più profondo del livello della sfida, dimostrando capacità straordinarie e vedute di ampio respiro. Seppe vedere nella questione giovanile la chiave di volta per portare a casa una vittoria determinante contro lo strapotere della ‘ndrangheta. Questo scenario culminò nella intensa e durissima campagna elettorale del 1980 per le elezioni provinciali e regionali. Furono settimane e giorni caratterizzati da uno scontro diretto. I comunisti che, quartiere per quartiere, casa per casa, andavano a chiedere il voto per liberare quella terra dal dominio delle famiglie della ‘ndrangheta e dall’intreccio tra mala politica e affari loschi e la manovalanza che girava per intimorire donne e uomini di quei quartieri. I comunisti che sviluppavano la propaganda politica di denuncia sociale con i mezzi a disposizione e la ‘ndrangheta che capovolgeva i manifesti affissi, segnale diretto e indiscutibile di minacce. I comunisti che nei comizi denunciavano gli abusi, le illegalità e il condizionamento criminale e la ‘ndrangheta che colpisce incendiando la macchina di Peppino Lavorato e tentando di dare fuoco alla sezione del Pci. Attentato che per fortuna non ha prodotto l’effetto desiderato.

Una campagna elettorale che, nel suo culmine, può essere sintetizzata dalle parole che dal palco in modo chiaro Peppe aveva pronunciato durante un comizio: “Se vogliono intimidirci si sbagliano di grosso. I comunisti non si piegheranno mai”. L’esito di quel voto, a Rosarno, dimostrò che la ‘ndrangheta poteva essere messa all’angolo. Il prezzo pagato fu altissimo. Con Peppe e grazie a Peppe, crebbe e si consolidò una classe dirigente in grado di costruire una vera alternativa al potere mafioso ed in grado di corrispondere ai bisogni dei giovani e delle fasce sociali più povere. Quelle idee furono un grande patrimonio che camminò su gambe solide che portarono i progressisti a vincere e a conquistare il Comune liberandolo da ogni condizionamento mafioso, nel corso degli anni novanta.

Oggi, ricordare Peppe a quarant’anni dalla morte, deve voler dire apprendere la lezione di chi, con il suo esempio, ha costruito le condizioni per dare corpo e anima ad un’alternativa sociale al dominio delle mafie. L’approccio meticoloso, l’analisi, lo studio delle dinamiche sociali ed economiche sono state le leve che hanno dato vita ad un grande movimento di massa. È riuscito a diffondere la convinzione collettiva che la libertà sia il miglior viatico per il riconoscimento dei diritti fondamentali delle persone e classi più disagiate.