“Il governo vuole dare risposte semplici a problemi complessi, c’è una gravissima sottovalutazione del nostro quadro economico. Prendiamo l’ultimo arrivato, il cosiddetto decreto ‘crescita’. Il titolo va bene, ma il contenuto è proprio sbagliato: siamo di fronte alla riproposizione di vecchie ricette. Come si può pensare ancora di fare leva su una serie infinita di incentivi fiscali? Come si può intervenire con micro-misure sul lato dell’offerta, quando il tema vero del nostro Paese, lo ricordano tutte grandi le grandi istituzioni economiche, è il rilancio degli investimenti?”. A gridare l’allarme sullo stato di salute del sistema economico e dei conti pubblici è la vicesegretaria generale della Cgil Gianna Fracassi in un forum organizzato da Rassegna Sindacale. Ambiente, Sud, ricostruzione post-terremoto, Def: una conversazione a 360 gradi per capire dove stiamo andando e cosa propone il sindacato per invertire la rotta. “Il nodo – chiarisce subito l’esponente della Cgil – è nel lato della domanda. Non soltanto quella dei singoli, ma in generale la 'domanda-Paese'. La risposta, secondo noi, non può essere che un grande piano di investimenti che guardi al lungo periodo. Purtroppo, però, anche nel decreto crescita non ce n’è traccia, si continua con un’operazione di sgravi che non avrà gli effetti sperati. Una ragione in più per sostenere la piattaforma di Cgil, Cisl e Uil e per rafforzare l’iniziativa che nelle prossime settimane metteremo in campo in modo unitario”.

Rassegna Tra l’altro il decreto che citavi sembra dimenticare il Mezzogiorno. È così?

Fracassi Esatto. Se fossero confermate le indiscrezioni, l’unica parte di risorse destinate al Sud viene recuperata dal Fondo sviluppo e coesione. Ciò significa che neanche questo governo, come quelli del passato, vuole porre al centro della propria agenda un argomento così importante.

Rassegna Dopo la grande manifestazione del 9 febbraio si è comunque aperta un’interlocuzione con i sindacati. Secondo te siamo in una fase di ascolto vera o è solo un tentativo del governo di prendere tempo?

Fracassi Devo dire che i tavoli sul decreto crescita e sul cosiddetto “sblocca-cantieri” sembrano un po’ finti. Ci siamo trovati di fronte al racconto di contenuti parziali, non ci hanno detto praticamente nulla. Tra l’altro, nel decreto crescita s’intravede un’operazione “omnibus” tramite l’introduzione di altre piccole misure – alcune peraltro necessarie a evitare le sanzioni europee – che però con la crescita c’entrano poco o nulla. Anche per lo “sblocca-cantieri” si va nella stessa direzione. Ripeto, il Paese avrebbe bisogno di un intervento di largo respiro. Se per arrivare dall’aeroporto di Catania ad Agrigento ci vogliono oltre due ore, con una strada che è piena di cantieri chiusi, stiamo parlando semplicemente di restituire un diritto a quelle persone, il diritto di spostarsi, e vale anche per gli operatori economici. Un’operazione che però necessita di tempi quantomeno medio-lunghi per riaprire il fronte delle infrastrutture e non di discutere soltanto sui temi che affascinano il dibattito pubblico come la Tav. Bisogna rimettere in campo un’iniziativa “paziente” che però, evidentemente, non corrisponde alle urgenze di recuperare consenso che ha questo governo, come del resto tutti gli altri. In poche parole, mancano la programmazione e la progettazione, cioè la base per il rilancio e lo sviluppo del Paese.

Rassegna Eppure, guardando fuori dall’Italia, pare che altri si siano accorti che l’offerta neo-liberista stia producendo squilibri insostenibili. Cosa ne pensi?

Fracassi È vero. In Europa si va sempre più nella direzione di un governo dell’economia. Persino l’ultraliberista Trump in Usa lo sta facendo. Se invece noi continuiamo a pensare che il mercato possa determinare da solo lo sviluppo, l’Italia, con le sue debolezze strutturali, non ce la farà mai. Oltretutto noi abbiamo una difficoltà in più, cioè la mancata propensione agli investimenti privati, un dato ormai strutturale legato alla dimensione delle imprese. In tutto questo pesa il contesto fortemente divaricato. E non penso solo al Sud, ma anche ad alcune regioni del Centro, come le Marche: è come se la linea della desertificazione si stesse alzando lentamente. Insomma, noi siamo convinti che bisogna mettere in campo un progetto diverso di Paese. Lo abbiamo chiesto al tavolo con il governo, che però conferma di avere una cultura economica simile a quella dei precedenti, una sorta di “neo-liberismo all’italiana”, senza risorse.

Rassegna Quanto pesa la scadenza elettorale di maggio?

Fracassi Moltissimo. È evidente che il lato “salviniano” si dedica alle solite armi di distrazione di massa per cercare consenso a brevissimo termine cavalcando i temi della sicurezza. Di sicuro è molto più semplice inquinare – uso non a caso questo termine – il dibattito pubblico sulla presunta invasione dei migranti o con la legittima difesa. Chi dovrebbe invece dedicarsi a sviluppare un’idea più compiuta di Paese, continua a proporre le micro-misure cui accennavo prima, che non ci porteranno da nessuna parte. Tutto questo ci fa dimenticare l’immenso problema di natura economica che abbiamo. Mancano pochi giorni al Def, cinque mesi alla legge di bilancio e nessuno ne parla. Temo che l’effetto economico pesante non si sia ancora fatto sentire nelle tasche delle persone, ma, se non si inverte la rotta, ci arriverà presto.

Rassegna Parliamo di fisco. Anche in questo caso il governo gialloverde propone un meccanismo neo-liberista: no alla patrimoniale, sì alla flat tax, nella speranza che i ricchi spendano di più. Tuttavia, il tavolo su questi argomenti non è mai partito…

Fracassi I primi incontri con il governo – con tutti i loro limiti – sono stati sicuramente importanti: evidentemente la manifestazione del 9 febbraio ha determinato qualche preoccupazione negli ambienti di Palazzo Chigi. Però è vero, quello sul fisco manca, e non credo si aprirà. Eppure sarebbe, questa sì, una leva importante per rialzare i consumi interni e fare un po’ di redistribuzione. Invece siamo sempre nella solita dimensione propagandistica. Ora, per esempio, si lancia l’idea della flat tax sulle famiglie. Voglio però ricordare che per farla com’è stata propagandata dalla Lega in campagna elettorale (15 per cento fino a 80 mila euro, 20 per cento oltre gli 80 mila euro) servirebbero alcune decine di miliardi. Lo hanno sottolineato persino dal ministero dell’Economia. Siamo sempre nella stessa ottica: a maggio ci sono le elezioni e si deve provare a dare qualche risposta nei confronti di coloro per i quali sinora non è stato fatto nulla.

Rassegna Perché la Cgil non sarebbe d’accordo con una misura del genere?

Fracassi Perché la flat tax è uno dei cardini delle politiche ordo-liberiste, ed è attuata in pochissimi Paesi. Tra l’altro, chi l’ha adottata nella versione più rigida sta facendo marcia indietro visti gli enormi scompensi generati. Noi però in Italia abbiamo un problema in più: non c’è solo una questione di progressività, dobbiamo fare i conti anche con il livello altissimo di evasione fiscale. Chi non pagava le tasse prima della flat tax, non lo farà neanche dopo.

Rassegna Lo si dice da anni, nessuno fa mai niente. Come mai?

Fracassi Sì lo so che ormai sembra uno slogan, ma è un problema che riguarda pesantemente i nostri conti pubblici e non dobbiamo stancarci di evidenziarlo: le stime di Bankitalia parlano di un’evasione annuale di circa 100 miliardi. È chiaro che con i condoni non si risolve niente. E poi diciamolo con chiarezza: l’evasione di sopravvivenza non esiste. C’è un problema culturale enorme che nasce anche dalla connivenza della politica. Pensate che non abbiamo neppure la possibilità di incrociare le banche dati. Per dirne una, solo da noi si parla ancora di innalzare il livello del contante. Qualche esempio? Non dico di paragonarci alla Svezia (che tra pochi anni abolirà totalmente l’uso delle banconote), ma vi cito l’India, dove ha cominciato a diffondersi l’uso del telefono per i pagamenti grazie a un grande investimento sulla digitalizzazione anagrafica, che ha consentito a milioni di persone – tra cui molti anziani dei villaggi – di accedere a diritti primari come scuola e sanità.

Rassegna Prima accennavi al Def, la cui approvazione è prevista entro il 10 aprile. Quali sono le priorità per la Cgil?

Fracassi Per prima cosa gli investimenti nelle infrastrutture materiali e immateriali. Abbiamo un tema enorme che è il lavoro pubblico taglieggiato nel corso degli ultimi 15 anni. Adesso, con quota 100 e senza un piano di assunzioni, stiamo pagando il conto tutto insieme, il che significa problemi giganteschi nella sanità e nell’istruzione. Un’altra carenza grave riguarda il personale amministrativo: come si possono realizzare le infrastrutture se negli enti pubblici mancano ingegneri, tecnici, personale competente? Poi il Def dovrà affrontare il tema dell’Iva sui cui pende la neutralizzazione delle clausole di salvaguardia: se dovesse aumentare, sarà un colpo mortale alla domanda interna. In più c’è un errore nella previsione di crescita: il che significa entrate più basse e l’ammanco di alcuni miliardi per sostenere la precedente legge di bilancio e la prossima. In tutto ciò, sullo sfondo assistiamo all’aumento dello spread e degli interessi sul debito, più le spese indifferibili: già così siamo oltre i 30 miliardi. Perciò molti dicono la manovra è già fatta. Altro che flat tax, qui c’è un problema enorme e il pericolo di subire altri tagli. Forse l’avvicinarsi delle elezioni porterà il governo a rimandare qualche decisione alla nota di aggiornamento a settembre, la cosa non stupirebbe.

Rassegna Tra gli impegni che state sollecitando c’è quello della ricostruzione nelle aree del terremoto. A che punto siamo?

Fracassi Nell’area del Cratere siamo ancora nella fase di rimozione delle macerie e forse in alcuni contesti non saranno mai rimosse. Anche qui manca un’idea, un progetto, il terremoto ha dato il colpo di grazia e una parte della popolazione non rientrerà mai più. Si procede lentamente anche a L’Aquila, dove a dieci anni dalla terribile tragedia molti edifici pubblici sono ancora totalmente da ricostruire. Insomma, c’è davvero tanto da fare. Come Cgil saremo insieme a Cisl e Uil nei luoghi del sisma dal 4 al 6 aprile per dare una mano e rilanciare le nostre proposte.

Rassegna Quale può essere il ruolo del sindacato in questa vicenda?

Fracassi Noi abbiamo in mente un progetto nuovo per le aree interne del Paese, per contrastare la desertificazione sociale. Il punto è se vogliamo provare a dare una dimensione produttiva a quei territori, alle ricchezze paesaggistiche, culturali, enogastronomiche. L’altro tema, lo abbiamo sempre posto come sindacato, è il progetto sociale ed economico: accanto alla ricostruzione fisica, cosa si pensa per quei territori? Ricordo che ci sono grandi insediamenti produttivi nel tessile, nel farmaceutico, un’importante università a Camerino. Cosa si fa per valorizzare tutto questo? Siamo alle solite. La classe dirigente non sa immaginare questo Paese fra dieci anni e intanto i giovani se ne vanno. Dovremmo invece partire dai bisogni delle persone nei territori oggi, e su questo fare grandi piani industriali, proporre investimenti sul sociale nell’Italia che invecchia e che tra dieci anni avrà nuove necessità.

Rassegna L’ultimo argomento che vogliamo affrontare con te è quello dell’ambiente. Puoi intanto fornirci qualche cifra per inquadrare il tema?

Fracassi Se vogliamo collocarci in una dimensione europea, è evidente che serve un grande investimento sulla cosiddetta transizione ambientale. C’è uno studio recente del Censis che dice una cosa importante: le aziende green ecocompatibili con interventi sul versante fortemente tecnologico potrebbero dare da qui al 2023 circa 500 mila nuovi posti. Tutti lavori ad alta competenza scientifica per i quali servirà formazione e riqualificazione.

Rassegna L’adesione della Cgil al recente #fridayforfuture dimostra il rinnovato impegno della Confederazione su questo fronte. Un impegno che proseguirà nel tempo?

Fracassi Sì, certo. Il 15 marzo è stato davvero uno spartiacque e il prossimo 24 maggio ci sarà un’altra giornata mondiale per il clima, non ci fermeremo. Il segnale giunto da quelle piazze è importantissimo: non solo gli universitari, ma tutti gli studenti, anche i più giovani, hanno messo in campo una mobilitazione sul tema più attuale di tutti, il riscaldamento globale, tramite il più classico e antico degli strumenti, lo sciopero. Una cosa che deve farci riflettere a fondo. Poi bisogna ricordare che il tema ambientale è sempre legato al rilancio dell’economia e riguarda quell’idea di Paese di cui parlavo prima. C’è chi l’ha capito e non per motivi ambientali, bensì per accaparrarsi nuove fette di mercato: penso alla Cina che ha investito 478 miliardi di dollari sulle rinnovabili e oggi sforna una pala eolica ogni ora. Comunque, tornando al #fridayforfuture, in Italia è accaduta una cosa assolutamente imprevedibile e noi come sindacato la dobbiamo cogliere e sostenere, come nella nostra tradizione. Il tema ambiente riguarda il lavoro, quello che si deve riqualificare e quello nuovo che si può creare. Dobbiamo anticipare questi processi e trovare le soluzioni prima, per evitare la contrapposizione che nella nostra storia c’è sempre stata tra ambiente e lavoro. E allora appoggiamo questi ragazzi che hanno posto questioni concrete. Il sindacato ha l’orgoglio di avere sempre anticipato alcuni temi: lo stiamo facendo anche adesso.

(a cura di Guido Iocca, Stefano Iucci e Maurizio Minnucci)