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Le peggiori inondazioni degli ultimi 20 anni si sono abbattute sulle Hawaii, arcipelago statunitense nell’oceano Pacifico, dove migliaia di persone sono state evacuate, ettari di terreni e case allagate, strade interrotte, black out. Sono causate dalla tempesta Kona, un fenomeno invernale con forti venti, che quest'anno si è manifestato con violenza inaudita.
Le acque fangose hanno sommerso aree di Oahu, l’isola più popolosa e famosa meta per surfisti, hanno sollevato case, automobili. Una diga costruita 120 anni fa rischia di cedere. Secondo il governatore Josh Green, i danni potrebbero superare il miliardo di dollari.
Si tratta dell’ennesimo evento estremo in un arcipelago dove i cambiamenti climatici stanno accelerando, con temperature medie aumentate, grave siccità, innalzamento del livello del mare, incendi boschivi, sbiancamento dei coralli, perdita di specie endemiche.
In Usa alluvioni e caldo estremo
Le Hawaii non sono l’unica area degli Usa colpita da alluvioni lampo disastrose. Da gennaio a luglio 2025 il servizio meteo ha emesso quasi 3.800 allerte alluvionali. Solo l’estate scorsa i nubifragi torrenziali hanno causato numerose vittime in Texas, New Mexico, Virginia Occidentale e New Jersey. In questi giorni un’ondata di caldo eccezionale sta colpendo il Sud-ovest, con 43 gradi centigradi registrati il 19 marzo in alcune località in Arizona e nella California meridionale, un record assoluto per il mese.
Fuori dall’Unfcc
La cosa assurda è che gli Stati Uniti sotto la presidenza di Donald Trump si sono ritirati dalla cooperazione climatica globale. Dopo l’uscita dall’Accordo di Parigi del 2017, e poi per la seconda volta nel 2025, effettiva dal 27 gennaio di quest’anno, sono il primo e unico Paese ad aver abbandonato l’Unfccc, la Convenzione quadro delle Nazioni Unite sul climate change, uno dei tre grandi accordi per la salvaguardia del nostro pianeta firmato e ratificato nel 1992, che ha poi dato vita anche al Protocollo di Kyoto.
Ritiro da Ipcc e Irena
Nel mirino di Trump sono finite anche l’Ipcc e l’Irena. Il primo è il panel intergovernativo sui cambiamenti climatici dell’Onu che riunisce scienziati di tutto il mondo e fornisce dati, scenari e valutazioni usati da governi, imprese e comunità per orientare politiche e investimenti.
La seconda è l’agenzia internazionale per le energie rinnovabili, la principale piattaforma internazionale che promuove la trasformazione del sistema energetico globale, composta da 170 Paesi più l’Unione Europea.
Le conseguenze di questi ritiri? Pesanti: nessun obbligo di finanziamento delle attività e stop alla rendicontazione delle emissioni nazionali. Storicamente gli Usa contribuiscono per il 30 per cento agli stanziamenti volontari dell’Ipcc, circa 67 milioni di dollari, fornendo competenze, dati e leadership ai suoi rapporti.
Naturalmente gli scienziati continueranno il loro lavoro anche senza il coinvolgimento ufficiale degli Stati Uniti, potendo comunque contare su decine di studiosi americani che continueranno a contribuire a titolo volontario.
Limiti ed emissioni
Sul fronte delle emissioni di Co₂, gli Stati Uniti rappresentano circa un quarto di quelle storiche e il 13 per cento di quelle annuali mondiali. All’inizio del 2026 circa due terzi dei Paesi che producono l’80 per cento delle emissioni globali hanno presentato nuovi obiettivi climatici per il 2035. Il programma Onu per l’ambiente stima che tali impegni limiteranno il riscaldamento solo a 2,3-2,5 gradi centigradi, mentre il ritiro degli Stati Uniti annulla da solo circa 0,1 gradi centigradi di progressi.
L’annuncio sulle uscite dalle convenzioni sul clima e da altri 63 accordi internazionali fatto dalla Casa Bianca è comunque un memorandum rivolto ai dipartimenti e alle agenzie competenti, non un ordine esecutivo: queste organizzazioni “non servono più agli interessi americani” e promuovono “agende inefficaci od ostili”, hanno sostenuto da Washington.
Quindi non un semplice disimpegno da accordi specifici, ma un sottrarsi al quadro comune che riconosce il cambiamento climatico come un problema globale da affrontare collettivamente. D’altronde Trump lo ha più volte definito “una bufala”.
Altro che “bufala”
Eppure il clima sta vivendo una fase di emergenza senza precedenti. La conferma, l’ennesima, arriva dal nuovo rapporto dall’Organizzazione meteorologica mondiale, secondo cui gli anni dal 2015 al 2025 sono stati gli undici anni più caldi mai registrati.
E il 2025 è stato il secondo o terzo più caldo di sempre, con una temperatura di circa 1,43 gradi centigradi superiore alla media pre-industriale (1850-1900). Sempre lo scorso anno il livello del mare è risultato più alto di undici centimetri rispetto a quando sono iniziate le prime misurazioni satellitari negli anni Novanta.
Surriscaldamento degli oceani
Per la prima volta i ricercatori hanno inserito tra gli indicatori principali lo squilibrio energetico della Terra, ovvero il rapporto tra l'energia che entra dal sole e quella che riesce a uscire verso lo spazio. In una situazione normale questo bilancio dovrebbe essere in pareggio, ma l’aumento dei gas serra sta bloccando il calore all’interno dell’atmosfera.
Gran parte di questo eccesso, circa il 91 per cento, finisce negli oceani, che funzionano come un cuscinetto, ma stanno raggiungendo temperature mai viste. Negli ultimi due decenni hanno assorbito ogni anno l'equivalente di circa 18 volte il consumo energetico dell’umanità.
Non è solo una questione di termometri: gli esperti avvertono che le conseguenze di quanto sta accadendo si faranno sentire per centinaia, se non migliaia di anni. La prova ulteriore di una crisi climatica che preoccupa tutti, studiosi e cittadini, ma che viene ignorata dalla politica, Trump per primo.






















