Manca poco ai Mondiali di calcio del Qatar. Solo sedici mesi. Ma alle spalle c’è un tempo ancora più lungo. Quasi otto anni di campagne per i diritti dei lavoratori. Oltre sedicimila operai edili impiegati nella costruzione di nove stadi. E molti altri - quasi tutti migranti - “adoperati” nel settore del turismo e dei servizi. Anni di denunce e scandalo. Per le morti nei cantieri. Per l’assenza delle tutele più elementari dei diritti umani e del lavoro. Anni di costruzione, anche, da parte del movimento sindacale internazionale, che ha raggiunto risultati importanti. Se nel 2010, quando la Fifa assegnò all’Emirato del Medio Oriente l’organizzazione dei Mondiali, la reazione fu di choc, oggi, nel 2021, l’obiettivo è di vigilare sull’attuazione delle riforme e sugli impegni presi dalle istituzioni del Qatar, e fare in modo che restino in vigore anche dopo il 2022.

Pochi giorni fa la Bwi (la Federazione internazionale dei lavoratori dell'edilizia e del legno) ha fatto il punto sulla campagna presentando, in una conferenza stampa a Bruxelles, il suo Rapporto Dribble or goal?, che rendiconta le azioni intraprese e quelle ancora da perseguire. Il sindacato avanza dodici raccomandazioni per attuare pienamente le riforme adottate, e chiede una più ampia alleanza per sostenere l'eredità del lavoro dignitoso in Qatar verso e oltre il 2022. Per questo ha sottoscritto un accordo comune con la Fifpro, la Federazione internazionale che riunisce le associazioni dei calciatori.

Nei prossimi mesi vedremo dei calciatori inginocchiarsi sul campo per i diritti dei lavoratori in Qatar? Sperarlo è lecito. Sarebbe notevole. E sarebbe importantissimo se lo facessero gli Azzurri campioni d’Europa.

“Negli ultimi anni - spiegano i vertici della Bwi - grazie anche alle nostre pressioni, il Qatar ha compiuto importanti progressi nella legislazione e nella regolamentazione dei diritti dei lavoratori migranti, sotto la supervisione del Comitato supremo (istituito dal Qatar nel 2011 per realizzare le infrastrutture dei Mondiali, ndr). Tra i successi più rilevanti: l'istituzione dei Forum per il welfare dei lavoratori, le ispezioni congiunte per la salute e la sicurezza, l'abolizione della famigerata kafala, con la quale il lavoratore diventava letteralmente di proprietà del datore di lavoro, la legge sul salario minimo e il meccanismo di risoluzione delle controversie”.

Oggi, spiega la Bwi, i lavoratori nei cantieri dei Mondiali sono più protetti e monitorati. Sono stati istituiti organismi che controllano le loro condizioni di lavoro e sicurezza. Ma “le nostre proposte mirano soprattutto a estendere le ispezioni a tutti i cantieri, non solo a quelli degli stadi, a rafforzare il welfare e la rappresentanza dei lavoratori, al reclutamento responsabile, e in generale a garantire la dignità, i diritti, la sicurezza dei lavoratori migranti che lavorano in Qatar. Nonostante i progressi ottenuti, queste persone affrontano quotidianamente ancora molte difficoltà e non godono del pieno esercizio dei loro diritti fondamentali”.

I lavoratori migranti in Qatar provengono principalmente da Nepal, India, Filippine, Bangladesh, Indonesia. La Bwi - che rappresenta 351 sindacati in 127 paesi - avverte che “le profonde e ampie riforme adottate non miglioreranno significativamente il rispetto dei diritti e non soddisferanno le richieste dei lavoratori in Qatar fino a quando il crescente divario tra politica e pratica non sarà colmato”. “I 16 mesi che mancano alla Coppa del Mondo offrono un'opportunità da non perdere per garantire un'eredità calcistica di lavoro dignitoso ben oltre il momento in cui i campioni del mondo avranno sollevato la coppa”, ha detto Ambet Yuson, segretario generale della Bwi.

“Le lacune nell'attuazione delle riforme sono gravi - ammonisce la Bwi -, il mancato e ritardato pagamento dei salari e di altri benefici, e la persistente, anche se in miglioramento, questione dei tassi di mortalità tra i migranti richiedono ulteriori azioni da parte delle autorità del Qatar, della Fifa e delle compagnie multinazionali che operano in Qatar”.

Tra le raccomandazioni della Bwi spicca la richiesta di applicare effettivamente la legge sul salario minimo e la legge che abolisce la kafala. Ricordiamo che la kafala è una modalità di ingaggio dei lavoratori dall’estero, provenienti in specie dal sud-est asiatico e spesso con un accordo tra gli stessi Stati, che prevede, al momento del loro arrivo, il ritiro del passaporto per impedire che tornino a casa: si tratta di un regime di semi-schiavitù. Il sindacato chiede inoltre l’applicazione dei regolamenti sulla sicurezza e la salute sul lavoro, la riforma del diritto del lavoro, il diritto alla rappresentanza e ai comitati dei lavoratori, ispezioni congiunte con la Fifa e le multinazionali e, a queste ultime, la due diligence.

Bwi

“Nel 2013 - ricorda Dietmar Schäfers, presidente aggiunto della Bwi - durante la nostra prima visita in Qatar trovammo una situazione orribile. I lavoratori non avevano diritti, molti morivano. È stato il punto di partenza. Il boicottaggio è facile, ma devi chiederti sempre ‘come possiamo aiutare?’. Per questo motivo abbiamo iniziato a dialogare col ministro del Lavoro e col Comitato supremo”.

Come si diceva sopra, il sindacato dei calciatori, la Fifpro, ha firmato un accordo di partnership con la Bwi “per unire le forze e creare azioni congiunte per la protezione dei diritti dei lavoratori”. “I giocatori non fanno parte delle strutture decisionali del paese ospitante di nessun torneo di calcio. Eppure mostrano un forte desiderio di usare la loro voce per il rispetto dei diritti fondamentali di tutte le persone coinvolte”, ha detto il segretario generale della Fifpro, Jonas Baer-Hoffmann.

Alla conferenza stampa di Bruxelles ha partecipato, collegato da remoto, Tim Sparv, capitano della nazionale di calcio della Finlandia. Si potevano vedere alle sue spalle armadi e indumenti di uno spogliatoio. E si potevano ascoltare le sue parole, molto efficaci: “Da noi ci si aspetta solo che obbediamo e rispettiamo le decisioni prese. Questo non può continuare. Vogliamo avere un impatto anche fuori dai campi di calcio. Abbiamo nuove generazioni di calciatori attivi e influenti. Vogliamo essere parte del cambiamento non solo nel calcio, ma dobbiamo avere un posto al tavolo delle decisioni. Se questo avvenisse, non giocheremmo in stadi durante la cui costruzione sono morti dei lavoratori”.