PHOTO
Sciopero, manifestazione e corteo questa mattina (1° ottobre) dei dipendenti della Biancoforno di Fornacette, in provincia di Pisa, promosso dalla Flai Cgil Pisa e Toscana, a cui ha aderito la Cgil regionale. Davanti ai cancelli dello stabilimento di via Mazzei per chiedere il reintegro di Fabio, un lavoratore licenziato pretestuosamente dopo 30 anni di servizio, iscritto Cgil e delegato, punito per aver preteso dignità e rispetto, e di una lavoratrice sospesa da quattro mesi per fatti privati. E per contestare il comportamento di un proprietario d’azienda che agisce come un padrone tardo Ottocentesco.
Come nell’Ottocento
Stiamo esagerando? Non proprio. Come giudichereste un titolare che va in giro tutto il giorno per i capannoni urlando e minacciando i lavoratori, mettendoli così in condizione di soggezione? O che non stabilisce i turni per i suoi dipendenti ma li chiama giorno per giorno con un messaggio WhatsApp inviato la sera prima con l’indicazione dell’orario, pratica che non consente di conciliare il lavoro con la vita familiare? O che vietava le assemblee a cui gli operai avevano diritto? Solo per citare alcune pratiche quotidiane.
Fuori dalle leggi e dal contratto
“Non è accettabile che in una fabbrica di 180 dipendenti come questa si lavori fuori dalla Costituzione italiana, dalle leggi e soprattutto dal contratto – dichiara Giovanni Mininni, segretario generale Flai Cgil, in prima fila nel corteo di protesta di questa mattina -. Qui non esistono turni, i lavoratori vengono convocati la sera prima e devono stare a completa disposizione del padrone. Le assemblee? Dopo essersele conquistate con una causa, i lavoratori devono tenerle all’esterno perché in 21 mila metri quadri di capannoni non è stata messa a disposizione una stanzetta. Le pause di dieci minuti le devono fare in aree lontane dai reparti anche 300 o 400 metri: dopo aver percorso quella distanza, di pausa resta ben poco”.
Le provocazioni
Ma i comportamenti del datore non si limitano a questo. Durante la mobilitazione di oggi, ha fatto uscire dallo stabilimento altri lavoratori travestiti con la tuta bianca dei capireparto, la titolare del personale e alcuni operai somministrati per contrastare una manifestazione legittima.
“Noi non siamo caduti nella trappola e li abbiamo smascherati – prosegue Mininni. Il padrone si è assunto la responsabilità di spaccare i lavoratori e alzare la tensione, ma non c’è riuscito. Senza contare le altre gravi provocazioni: mi ha chiesto di entrare in fabbrica stamattina, ma io non metterò piede dentro alla Biancoforno finché non sarà ritirato il licenziamento illegittimo del nostro delegato storico. E poi ci ha chiesto un incontro per illustrarci il nuovo piano industriale. Come può pensare che ci sederemo al tavolo con lui mentre un lavoratore è rimasto a casa?”.
Il lusso di uscire a fine turno
Mentre Mininni ci parla, in sottofondo si sentono i cori dei lavoratori in sciopero: “dignità, dignità” gridano. Alla Biancoforno la situazione è migliorata un po’ da quando la Flai Cgil è entrata nei capannoni e ha fatto iscritti. Da meno di un anno chi ha la tessera Cgil, dopo sciopero e vertenza, si è conquistato il diritto di uscire a fine turno, come prevede il contratto. Gli altri? Devono restare dentro a lavorare fino a che non vengono liberati, una pratica che va avanti da anni.
Diritti negati
Tra gli altri diritti negati, anche i permessi retribuiti sottratti ingiustamente per coprire l’incapacità organizzativa dei dirigenti; quando non c’è lavoro, scalano i permessi fino a creare un monte negativo anche di mille ore, anziché usare gli ammortizzatori sociali; lavoratori tenuti in stato di precarietà, con contratti di somministrazione, fino a 18 anni.
“Questa vertenza diventerà nazionale, racconteremo a tutti cosa succede alla Biancoforno – conclude il leader sindacale della Flai Cgil -. Costituiremo una cassa di resistenza per il compagno che è stato licenziato e per la lavoratrice sospesa da quattro mesi: hanno bisogno della solidarietà concreta di tutti”.























